Dinamiche emozionali dell’atto motorio

di Roberto Carlo Russo

Wallon (1932, 1956) nella sua pubblicazione sulle sindromi da insufficienza nell’organizzazione psicomotoria e sulle tipologie psicomotorie, ha dato importanza alla stretta correlazione tra il tono muscolare e le caratteristiche dell’individuo e relative variabili in rapporto alle situazioni. 

Ajuriaguerra (1950, 1974, 1978, 1962) ha riaffermato l’importanza del significato della variabilità del tono muscolare secondo l’accezione di Wallon e differenziato i tipi psicomotori in rapporto a quello che ha chiamato «dialogo tonico» sottolineandone l’importanza nella relazione con l’altro. Il significato del dialogo tonico è stato poi riconosciuto da numerosi autori tra i quali possiamo citare: Stambak (1963), Bergès (1964), Vayer (1971), Lapierre e Aucouturier (1975) 

I valori emozionali del vissuto delle esperienze si esprimono in cariche gratificanti o frustranti e più spesso in un commisto delle medesime con la prevalenza di un tipo sull’altro. Questo meccanismo costituisce il «motore» essenziale dello sviluppo, stimolante o inibente, che permette di affrontare nuove esperienze o che riporta alle situazioni già note e meno impegnative.

L’interesse per il complesso gioco delle dinamiche emozionali che influenzano e determinano le modalità d’essere del bambino mi hanno indirizzato (1980-1984) ad approfondirne lo studio che ha dato esito alla ricerca di cui riporto le parti più significative.

Figura 1
Figura 1

L’ipotesi di partenza è stata lo studio, nell’attività motoria volontaria, delle correlazione tra le cariche emozionali del desiderio, dell’azione e del risultato. La ricerca è stata effettuata su 20 bambini normali, compresi tra il mese di vita ed i 7 anni, e 44 bambini affetti da patologie neuropsichiatriche varie, seguiti con video registrazioni per un arco di tempo di cinque anni. La presenza di dati ricorrenti, nei diversi soggetti e alle medesime età di maturazione, hanno suggerito la stesura del primo schema generale sulle dinamiche emozionali legate al desiderio, all'azione e al risultato (fig. 1).

Nei primi mesi di vita il bambino normale risponde alle sensazioni di malessere con il pianto, che richiama l’adulto per la soddisfazione dei bisogni vitali. All’insorgere del bisogno vi è un cambiamento, rispetto all’omeostasi biologica preesistente, che determina la risposta del pianto.

Questa modifica di potenziali energetici, la cui conseguenza è una sensazione particolare che nomino emozionalità, partendo da livelli primitivi, si arricchisce di sensazioni specifiche correlate alle nuove esperienze. 

Nelle primissime fasi della vita, il bisogno e la relativa risposta  biologica (pianto) determinano un’emozionalità di tipo primitivo in cui la sensazione del momento d’insorgenza del cambiamento dell’equilibrio non sembra differenziata dalla sensazione determinata dalla risposta. Nei primi mesi di vita il bambino non mostra, tramite l’attività motoria o con espressioni mimiche, di avvertire la differenza tra i due momenti (stimolo e risposta); sembra che lo stimolo legato al bisogno sia o d’intensità sufficiente a dare la risposta oppure sia d’intensità sub-liminare tale da non dare esito al processo. Le ipotesi più recenti (Berthoz, 1993) affermano la pluri-sensorialità e contemporaneità dei processi neurologici del movimento.

Tali situazioni si verificano nelle risposte a stimoli vitali (fame, freddo, evacuazione, ecc.), ma anche a seguito di stimoli esterni che innescano risposte motorie. Se prendiamo in considerazione il riflesso di Moro, si potrà notare che il bambino assumerà una mimica particolare non allo stimolo, ma solo dopo la risposta in estensione, manifestando il suo stato emozionale tramite un atteggiamento di stupore (bocca semiaperta e occhi sbarrati) per circa 1 o 2 secondi, per poi reagire con il pianto.

In questo caso la sensazione vestibolare e quella propriocettiva, data dalla brusca estensione degli arti superiori ed inferiori determinate dalla improvvisa modifica del capo rispetto all’asse del tronco, appaiono unite in un unico stato emozionale che potrà differenziarsi nei due momenti stimolo e risposta solo in altre attività in fasi evolutive più avanzate.

Partendo da questi patterns (schemi) primitivi e tramite il ripetersi di essi ed il concatenarsi di nuove acquisizioni neuromotorie, il bambino esperisce un vissuto emozionale che impronta delle tracce a livello cerebrale. In questo processo l’adulto apporta stimoli privilegiati (sguardo, voce, contatto corporeo, manipolazione, dondolamento, odore del latte, sensazioni visive) che impostano tracce associate alle sensazioni esperite, costituendo così un sistema funzionale complesso costituito dallo stimolo, dalla risposta motoria, dalla propriocettività, dalla emozionalità (sistema limbico) e dalle sensazioni associate di origine materna.

Per l'intervento di questo processo associativo tra l’emozionalità legata ai bisogni e gli stimoli esterni, si verifica un effetto impronta per cui il bisogno viene concatenato agli stimoli ambientali e questi vengono progressivamente riconosciuti come fornitori di determinate emozionalità. Al ripresentarsi degli stimoli ambientali, il bambino riprova l’emozionalità legata alla soddisfazione del bisogno e permane nell’attesa della sua reale soddisfazione. In fasi evolutive successive, con il ripetersi di questi stimoli ambientali, insorgono nel lattante il desiderio e l’attesa della soddisfazione del bisogno.

Nel corso del terzo mese il bambino, alla vista della mammella o del biberon, inizia a manifestare un atteggiamento mimico di particolare attenzione, al quale segue dopo 1 o 2 secondi un movimento degli arti. Si evidenzia così, per progressiva differenziazione, un livello emozionale legato al desiderio, separato dalla scarica motoria. Ho chiamato l’emozionalità legata al desiderio emozionalità di primo livello.

Verso il quarto mese, quando il lattante ha imparato a riconoscere alcuni oggetti familiari, alla vista di uno di questi evidenzia prima una immobilità per qualche secondo, con mimica che traduce particolare attenzione, quindi può presentare un abbozzo di sorriso oppure un rilasciamento della muscolatura mimica, precedentemente espressa nella maschera attentiva. Solo dopo circa 2 secondi (tempo di reazione) compariranno dei movimenti delle mani (tempo motorio) che evidenzieranno l’iniziale atto indirizzato all’«oggetto del desiderio». Questo comportamento dimostra come l’emozionalità del desiderio sia, a questi livelli, separata dall’azione e sembri servire da «molla» per agire il desiderio.

Nel periodo di comparsa del desiderio, le figure parentali, gratificate per queste manifestazioni, realizzano o facilitano la soddisfazione del desiderio, rinforzando con la propria emozionalità quella del bambino. Con il passare dei mesi, man mano che aumentano le capacità motorie e cognitive (e di logica conseguenza anche i desideri), l’ambiente inizia a porre dei limiti alle possibilità di realizzazione dei desideri. Se uno stesso desiderio viene provato diverse volte senza soddisfazione, possiamo osservare che l’emozionalità tende ad aumentare in proporzione alla permanenza del desiderio. Ciò è facilmente deducibile dall’aumento della partecipazione mimica e gestuale, ma se il desiderio continua a non essere realizzato, si nota una progressiva diminuzione dell’intensità dell’emozionalità fino alla rinuncia del desiderato ed eventualmente ad una sostituzione di questo con un nuovo desiderio.

In tal modo l’ambiente, già a questo livello, può notevolmente influenzare, tramite i rinforzi e le limitazioni, il vissuto e la potenzialità del bambino. Ho chiamato l’emozionalità provata durante l’azione emozionalità di secondo livello; questa è costituita dai comandi motori e dalle sensazioni propriocettive per l’azione, ma ogni azione, già sperimentata, viene associata all’emozionalità legata alle esperienze similari precedentemente vissute.

Ho potuto notare che una bambina di due anni, a causa di una precedente caduta su un gradino, ogni volta che affrontava il gradino incriminato mostrava una particolare cautela e l’atto motorio necessario per il superamento del gradino veniva effettuato come se il gradino fosse più alto del reale. Ciò non avveniva quando affrontava altri gradini, nello stesso ambiente e della stessa altezza, rispetto ai quali non vi era stata una esperienza frustrante. Ne risulta che l’emozionalità esperita nell’azione è costituita dalla somma e tipo di esperienze similari precedenti e dai relativi vissuti.

Le figure parentali, con il loro atteggiamento valutante o svalutante, permissivo o coercitivo, autonomizzante o iperprotettivo, influenzeranno la fiducia del sé nella conquista autonoma del proprio desiderio. Il bambino con le proprie potenzialità, spinto dal desiderio, dovrà confrontarsi con le limitazioni ambientali e da ciò deriverà la lotta per la conquista del desiderato. Più intenso sarà il desiderio e più intenso sarà l’impegno per la sua realizzazione e parimenti sarà intensa l’emozionalità legata all’azione. L’azione realizzerà un risultato, emozionalità di terzo livello, che confrontato con il desiderio darà gratificazione o frustrazione a seconda della valutazione data.

Quattro fattori influenzano questa emozionalità:

  • la reale soddisfazione del desiderio agito;
  • l’impegno per l'azione (più difficoltosa sarà e più intensa sarà l’emozionalità);
  • la valutazione individuale del risultato;
  • la valutazione data dall’ambiente al risultato ottenuto dal bambino.

Il fine gioco di questi fattori darà al bambino il significato di prevalente gratificazione o di prevalente frustrazione.

La spinta ad agire, sostenuta dal desiderio (emozionalità di primo livello), permetterà il passaggio all’azione (emozionalità di secondo livello) ed alla realizzazione del desiderato (emozionalità di terzo livello), dando una fiducia del sé, intesa come potenzialità ad essere autonomo. I due cardini, spinta ad agire e fiducia del sé, interdipendenti e autorinforzantesi, sostengono la ricerca continua di nuove possibilità di essere e di conoscere, quindi rappresentano le due forze della spinta evolutiva (fig.1)

Figura 2
Figura 2

La progressione delle esperienze apporta nuove emozionalità nel continuo confronto tra i propri desideri e i condizionamenti ambientali, ma non sempre il confronto con il reale permette di cimentarsi in una lotta per le nuove conquiste, vuoi per cause di patologia individuale, vuoi per serie limitazioni ambientali alla spinta evolutiva. In questi casi l’individuo, sentendo troppo oneroso lo sforzo evolutivo, può effettuare una momentanea rinuncia che tende a riportarlo ad una ricerca di dipendenza e di regressione a seguito di uno stato depressivo, in quanto la rinuncia evolutiva contrasta con la spinta biologica. È un rifugio verso esperienze note di sicurezza, che innestano una diminuzione attentiva verso l’ambiente, una tendenza alla chiusura e una diminuita disponibilità motoria e cognitiva. Da questa fase regressiva, per la insita spinta vitale verso l’evoluzione, si passerà a nuovi e modificati desideri evolutivi.

Per contro, se il bambino sceglie la lotta per la propria autonomia, affronterà l’ignoto per la conquista della propria indipendenza. Il livello emozionale sarà esaltato, aumentata l’attenzione all’ambiente e massima la disponibilità motoria e cognitiva. Se il risultato sarà gratificante, si rafforzerà la fiducia del sé e la spinta ad agire; se il risultato sarà frustrante, potrà esserci un ripiego momentaneo verso la rinuncia o la ricerca di nuovi adattamenti (fig. 2).

Da quanto sopra esposto, risulta ben comprensibile come queste dinamiche emozionali costituiscano l’essenza dei vissuti che influenzeranno le modalità relazionali nelle future esperienze.

I valori di queste emozionalità assumeranno particolare significato nelle diverse fasi di sviluppo. Il vissuto che ne consegue potrà essere adeguato alle reali potenzialità del bambino, oppure le esperienze, tipiche di quella determinata fase di sviluppo, potranno essere scarsamente pregnanti o vissute in una distorsione rispetto alla realtà. Il fine gioco di queste dinamiche emozionali nelle diverse fasi evolutive assumerà particolare ed importantissimo valore nel processo terapeutico.

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