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Persecutori e vittime fra i banchi di scuola

Ada Fonzi

I giornali ci sottopongono abbastanza spesso storie terrificanti di bambini che sono oggetto di atroci violenze sia da parte di adulti che da parte di altri bambini, coetanei o di età superiore.

E sono soprattutto queste ultime, le violenze perpetrate da soggetti in giovane età su coetanei o quasi, che ci sconvolgono in modo del tutto particolare.

Se, per quanto riguarda gli adulti, possiamo infatti chiamare in causa gravi patologie, mentali e caratteriali, accompagnate da un lungo bagaglio di devianze accumulate, arretriamo smarriti di fronte alle violenze che si svolgono tra bambini, che mettono totalmente in crisi il nostro stereotipo dell'infanzia, tempo "della bontà e della purezza".

Ma, se prescindiamo dagli episodi più vistosi riportati dalla stampa, che sono soltanto la punta di un iceberg di sconvolgimenti più sotterranei, non possiamo fare a meno di riconoscere che il fenomeno delle prepotenze in età scolare ci è da sempre noto e che, forse, ne abbiamo anche avuto esperienza diretta.

Quante volte abbiamo conosciuto bambini che venivano presi in giro dai compagni, che non perdevano occasione per urtarli, ridicolizzarli, sottrarre i loro oggetti?

Piccole cose, si dirà, se paragonate ad altri e ben più sconvolgenti episodi...

Certo, ma sta di fatto che il "bullying" (questo è il termine usato nella letteratura internazionale per designare il fenomeno) è più diffuso e cruento di quanto non si creda, rimane per lo più al di fuori del controllo degli adulti, che generalmente lo ignorano o lo sottovalutano.

Ma vogliamo davvero continuare a chiudere gli occhi di fronte a certe manifestazioni, sia pur "minori", dell'aggressività infantile ed alle situazioni di disagio emargimazione e ingiustizia che esse producono?

Persecutori e vittime fra i banchi di scuola: chi sono gli attori di questo rapporto perverso che s'instaura tra chi fa prepotenze e chi queste prepotenze le subisce, in modo talvolta riottoso, talaltra passivo?

Come si comportano i sopraffattori in erba e che cosa patiscono le loro vittime?

Esiste il "bullying" nelle scuole italiane?

E, se sì, in che forme si manifesta e che dimensioni presenta rispetto ad altri paesi del mondo?

Oggi possiamo finalmente cominciare a rispondere a questi interrogativi, soprattutto grazie ai risultati, per molti aspetti sorprendenti, di una recente ricerca condotta nel nostro paese.

Gli episodi di prepotenza commessi dai ragazzi sui loro compagni di scuola probabilmente altro non sono che manifestazioni di un più generalizzato comportamento sociale, che in seguito potrà portare ad episodi di conclamata devianza, o addirittura criminalità.

Le vittime sono costituite generalmente da bambini più ansiosi e insicuri della media dei compagni, bambini sensibili e tranquilli che tuttavia hanno una scarsa autostima e che segnalano facilmente agli altri, attraverso atteggiamenti e comportamenti, il proprio stato d'insicurezza e di passività.

Anche in Italia, come e forse più che in altri paesi d'Europa, il fenomeno delle prepotenze tra i banchi di scuola è impressionante e drammatico. Il "bullying" è un comportamento che, anziché estinguersi con l'età, diviene qualitativamente diverso, passando da forme più plateali a forme più sottili e raffinate di soperchieria.

Siamo, evidentemente, di fronte ad un problema molto serio, che tocca direttamente i diritti di tutti quei bambini e ragazzi che sono oggettivamente oppressi dai loro coetanei.

Abbiamo cominciato a far luce sulle forme e sulle dimensioni del "bullying" nelle scuole italiane: il fenomeno sarà ora preso in maggior considerazione dalle nostre istituzioni?

L’intuizione dell’artista

Per capire meglio il profilo dei personaggi implicati nel "bullying", vale a dire in quel particolare tipo d'interazione deviata tra bambini o ragazzi in cui un attore è protagonista di atti d'aggressione e prevaricazione, ed un altro si trova, suo malgrado, nel ruolo della vittima e del perseguitato, possiamo rivolgerci alla letteratura.

Siamo infatti convinti che proprio 1'artista sappia, in alcuni casi, offrire intuitivamente la sintesi di quanto la scienza è andata faticosamente e lentamente accumulando.

Uno scrittore inglese, Ian McEwan, la cui fama in questi ultimi tempi è in continua ascesa, si è cimentato nel suo ultimo libro, L'inventore dei sogni (trad. it. Torino, Einaudi, 1994), in una serie di racconti che definisce con civetteria "per bambini".

Il protagonista, Peter Fortune, è un sognatore ad occhi aperti, un bambino che vive sempre con la testa tra le nuvole e che inventa avventure rocambolesche e fantastiche per poter sfuggire alla noia e alla normalità della vita.

Nel bellissimo racconto intitolato "Il prepotente", il quadro psicologico che emerge del persecutore è di una chiarezza fulminante:

 

C'era un prepotente nella classe di Peter; si chiamava Barry Tamerlane. Non aveva l'aria da prepotente. Non era di quelli sempre tutti sporchi; non aveva una faccia brutta, e neppure lo sguardo da far paura o le croste sopra le dita, e non girava armato.

Non era poi tanto grosso.

Ma nemmeno di quei tipi piccoli, ossuti e nervosi che quando fanno la lotta possono diventare cattivi. A casa non lo picchiavano, come spesso succede ai prepotenti, e neanche lo viziavano. Aveva genitori gentili ma fermi, che non sospettavano nulla.

La voce non ce l'aveva né acuta né rauca; gli occhi non particolarmente piccoli e cattivi, e non era neppure troppo cretino. Anzi, a guardarlo era bello morbido e tondo, pur senza essere grasso; portava gli occhiali e, sulla sua faccia soffice e rosa, luccicava l'argento dell'apparecchio dei denti. Spesso metteva su un' aria triste e innocente che a certi grandi piaceva e che gli tornava comoda quando doveva togliersi dai guai.

 

E, più sotto, è fornita anche una spiegazione delle possibili cause del fenomeno:

 

Come si spiega allora che Barry Tamerlane riuscisse tanto bene a fàre il prepotente? Peter aveva dedicato a questa domanda un bel po' di pensieri. Ed era giunto alla conclusione che il successo di Barry avesse due spiegazioni. La prima era che Barry sembrava capace di ridurre al minimo i tempi tra il volere una cosa e l'ottenerla. Supponiamo ad esempio che gli andasse a genio il giocattolo che aveva un bambino in cortile: lui non faceva altro che strapparglielo di mano. Oppure se in classe gli serviva una matita, si voltava e "prendeva in prestito" quella di un compagno. Se c'era da fare una coda, lui si metteva per primo. Se ce l'aveva con qualcuno, glielo diceva in faccia e poi lo picchiava senza pietà.

La seconda ragione del successo di Tamerlane era che di lui avevano tutti paura. Non si sapeva bene perché. Bastava sentirlo nominare per provare una specie di pugno gelato alla bocca dello stomaco. Uno aveva paura, perché ce l'avevano gli altri. Barry metteva  paura, perché aveva lareputazione di uno che mette paura. Vedendolo arrivare, la gente se ne stava alla larga, e se chiedeva caramelle o un giocattolo, se le vedeva subito consegnare. Facevano tutti così, perciò sembrava logico non fare in modo diverso.

 

Infine, viene anche fornita la soluzione che Peter Fortune riesce a trovare alle prepotenze del compagno.

 

Chiedendosi che cosa rendesse tanto potente il roseo e paffuto Barry, ebbe un'illuminazione:

 

Siamo noi. Siamo noi che lo abbiamo sognato come il prepotente della scuola. Non è più forte di nessuno di noi. Noi abbiamo fatto di lui quello che è.

 

Da quel momento il suo comportamento e quello del prepotente cambiarono come per incanto.

Dalla lettura di questi brani risulta chiaro con quanto acume l'autore metta a fuoco il problema delle prepotenze nella scuola. In primo luogo, ci mette in guardia contro i frusti stereotipi a cui spesso ricorriamo per trovare una spiegazione: non tutti i prepotenti hanno genitori cattivi, né tutti hanno un aspetto inquietante.

In secondo luogo, e con straordinaria perspicacia, coglie l'essenza di un fenomeno che

si pone come un processo a due vie, in cui sono implicate tanto le caratteristiche temperamentali del persecutore quanto la reputazione che la vittima gli attribuisce.

La ricerca psicologica

L'autore che più a lungo ha studiato il fenomeno delle prepotenze nella scuola è Dan Olweus, professore di psicologia all'Università di Bergen, in Norvegia. Olweus, che è considerato la massima autorità mondiale in proposito, ha condotto ricerche in quest'area per oltre vent'anni (1978,1991), arrivando anche a tracciare un programma d'intervento per la riduzione del fenomeno (1993).

Sulla base di un questionario appositamente predisposto ed applicato, grazie al supporto delle autorità governative, ad un campione di oltre 150.000 studenti norvegesi e svedesi, Olweus riscontrò che il "bullying" (termine usato, lo precisiamo, per indicare sia i persecutori che le vittime) è un serio problema che coinvolge quasi il 16% degli scolari della scuola primaria e secondaria (con un 9% di vittime e un 7% di persecutori). Il fenomeno tenderebbe a diminuire tra gli 8 e i 16 anni d'età.

A questi primi studi fecero seguito i lavori condotti in Inghilterra da Whitney e Smith (1993) su circa 7000 studenti, che riscontrarono come un quarto dei soggetti circa (27%) dichiaravano di essere stati oggetto di prepotenze da parte dei compagni di scuola. Negli ultimi anni, altri ricercatori in Europa, Canada, Australia e Giappone hanno iniziato a studiare il fenomeno, trovando percentuali che oscillano dall'8% dell'Irlanda, al 15% della Spagna e al 12,5% del Giappone.

Ma, al di là dell' entità del fenomeno e delle sue variazioni nelle diverse parti del mondo, seguiamo direttamente le parole di Olweus per entrare meglio nelle pieghe della situazione: «N ella mia definizione, uno studente è oggetto di prepotenze o è vittimizzato quando è esposto ripetutamente, e per un certo periodo di tempo, ad azioni negative da parte di uno o più studenti. Tali azioni negative possono essere realizzate con contatto fisico, parole, o in altri modi, come smorfie o gesti, e un'intenzionale esclusione da un gruppo».

Esiste inoltre uno squilibrio, un' asimmetrica relazione di forza, per cui lo studente che

è esposto ad azioni negative ha difficoltà a difendersi.

Chi sono dunque questi prepotenti e queste vittime? È possibile tracciare un profilo di entrambi? Anche per rispondere a queste domande dobbiamo riferirci agli studi di Olweus, per il quale il carattere distintivo dei prepotenti è un'aggressività diffusa, diretta non soltanto ai compagni ma anche agli adulti, genitori e insegnanti. A questa si accompagnano impulsività, forte bisogno di dominare gli altri e scarse capacità empatiche.

La comune credenza secondo la quale i prepotenti sono in realtà individui insicuri non è invece mai stata verificata. Si tratta anzi di bambini che di solito manifestano scarse ansietà e insicurezza. Gli episodi di prepotenza commessi da questi soggetti sui compagni di scuola non sarebbero altro che una manifestazione di un più generalizzato comportamento sociale, che in seguito potrà portare a episodi di conclamata devianza, o addirittura criminalità.

Più complessa la situazione per quanto riguarda le vittime. Questi bambini sono più ansiosi e insicuri della media dei compagni, sono sensibili e tranquilli ed hanno una scarsa autostima.

Ma soprattutto i loro comportamenti e atteggiamenti segnalano agli altri la loro insicurezza e passività, creando una dinamica perversa in cui vittima e persecutore finiscono in un certo senso per confondersi.

E in Italia?

Un gruppo di ricercatori delle Università di Firenze e di Cosenza, con la consulenza del prof. P. K. Smith dell'Università di Sheffield (U.K.), ha ritenuto fosse giunto il momento di studiare l'esistenza o meno del fenomeno e la sua eventuale incidenza anche nel nostro paese. La scelta delle città di Firenze e Cosenza come campo d'indagine è stata determinata, oltre che da ragioni pratiche e contingenti, anche dall'obiettivo d'iniziare una prima esplorazione in due aree del paese fra loro diverse, appartenenti rispettivamente all'Italia centrale e meridionale.

Il questionario, derivato da quelli di Olweus e di Whitney e Smith, è stato applicato a un totale di 1379 scolari delle ultime tre classi della scuola elementare e delle tre della scuola media. Si tratta di un questionario, rigorosamente anonimo, in cui si chiede al soggetto, attraverso 28 domande, se e con quale frequenza è stato oggetto di prepotenze negli ultimi tre mesi e nell'ultima settimana ed anche se, e con quale frequenza, ha fatto prepotenze sui compagni. Il questionario indaga anche la tipologia delle prepotenze messe in atto. Le risposte sono state codificate secondo le seguenti categorie: aggressione fisica, aggressione verbale, aggressione indiretta (tabella I)

I risultati ottenuti sono stupefacenti. Un'altissima percentuale di soggetti della scuola elementare, in entrambe le città prese in considerazione, dichiara di subire prepotenze da parte dei compagni (circa il 46% a Firenze e il 38% a Cosenza) «qualche volta o più volte la settimana». Nella scuola media le percentuali diminuiscono, in ciò seguendo l'andamento internazionale, ma rimangono comunque più alte che in altri paesi. Per quanto riguarda il "fare" anziché il "subire" prepotenze, il fenomeno si presenta di nuovo assai vistoso, con una diminuzione, secondo le previsioni, col passaggio dalla scuola elementare alla scuola media. Di un certo interesse sono anche i tipi di prepotenze citati. Ai primi posti compaiono l’''offesa tramite parolacce" e l’''essere colpito fisicamente con una botta, un pugno o un calcio". Questa seconda voce è particolarmente elevata nelle scuole di Firenze, tanto da permettere di avanzare l'ipotesi di caratteristiche temperamentali regionali.

Insomma nel nostro paese, quello del sole, del cuore in mano e del mandolino, non solo il fenomeno del bullying esiste, ma si presenta addirittura ad un livello più elevato che in altri paesi europei ed extraeuropei. Se confrontiamo i nostri dati con quelli inglesi, che pure danno percentuali più alte di quelle scandinave, ci accorgiamo che da noi il fenomeno si presenta in misura circa doppia.

Come spiegare questa differenza? Difficile dirlo, per ora. Altre indagini saranno necessarie per approfondire il problema, soprattutto in un' ottica culturale. Per esempio il valore semantico del termine "bullying", usato nei questionari di lingua inglese, può non corrispondere completamente all'italiano "prepotenze", che forse comprende un raggio di fenomeni più ampio e di entità diversa. Inoltre, nella cultura italiana è più frequente che in quelle nordiche l'abitudine di ridere di qualcun altro, o di prenderlo in giro, non nascondendo, anzi esibendo, comportamenti del genere.

Ma, al di là delle questioni legate alla ricerca vera e propria e allo studio delle differenze crossculturali, ciò che impressiona veramente è la drammaticità e pervasività del fenomeno delle prepotenze tra i banchi di scuola nelle due città da noi prese in considerazione. Il bullying, nel nostro campione, assume una varietà di forme, di cui la più comune è 1'aggressione verbale (offese, parolacce). Mentre l'aggressione fisica declina nettamente con il passaggio alla scuola media, quella verbale continua a

restare elevata, mentre aumenta addirittura l'aggressione indiretta, che consiste essenzialmente nello spargere dicerie calunniose sul conto di qualcuno. In sostanza il fenomeno, anziché estinguersi con 1'età, diviene qualitativamente diverso, passando da forme più plateali a forme più sottili e raffinate di soperchieria.

Tabella I. 

Sopra: percentuali di alunni che dichiarano di essere stati oggetto di prepotenze, percentuali di alunni che dichiarano di aver fatto prepotenze, percentuali dei tipi di prepotenze messe in atto. I dati, raccolti mediante questionari rigorosamente anonimi, provengono da un campione di 1379 alunni di scuole elementari (ultime tre classi) e medie delle città di Firenze e Cosenza. La ricerca è stata condotta dalle Università di Firenze (A. Fonzi, M. L. Genta, E. Menesini) e di Cosenza (A. Costabile).

Che fare?

Nulla ci autorizza, naturalmente, a generalizzare i dati raccolti e ad estenderli a tutto il territorio nazionale, ma non possiamo neppure pensare che Firenze e Cosenza siano due aree particolarmente colpite dal virus del teppismo giovanile. Comunque si vogliano interpretare, i nostri dati ci sembrano un campanello d'allarme sufficiente per tentare di affrontare il problema anche sul terreno concreto.

Una domanda: è possibile, mediante opportune ricerche-intervento, ridurre l'entità del fenomeno?

Anche in questo caso le esperienze di altri paesi ci vengono incontro. Gli studiosi ci dicono che, adottando nell'ambito scolastico alcuni principi fondamentali di gestione e accorgimenti di programmazione didattica, il numero dei soggetti implicato nel perverso circuito persecutore-vittima può calare in breve tempo. Nel Regno Unito, interventi su larga scala finanziati dal Ministero dell'Educazione hanno evidenziato una riduzione del fenomeno delle prepotenze a scuola di circa il 20% dopo un anno d'intervento. Si tratta fondamentalmente di un' azione rivolta non soltanto direttamente ai persecutori e alle vittime, perché acquisiscano consapevolezza del fenomeno e analizzino i loro comportamenti, ma anche, e forse soprattutto, al clima generale della scuola, coinvolgendo in modo partecipe sia i genitori che gli insegnanti.

Viene applicata una pluralità di strumenti, che vanno da interventi orientati all' attivazione di una politica scolastica globale contro le prepotenze, all'introduzione di attività di tipo cooperativo tra bambini, all'uso di sussidi didattici, letture, videocassette, tecniche di role playing a livello di classe, per arrivare ad interventi specifici e specialistici con bambini prepotenti e/ o vittime, volti ad approfondire le dinamiche relazionali che possono innescare comportamenti negativi tra coetanei.

Che anche da noi gli organi preposti al funzionamento della scuola dell' obbligo si decidano ad operare in tale direzione? Sarebbe un confortante segnale sulla strada della democrazia. Perché proprio di questo si tratta, della difesa di diritti democratici basilari. Nessuno deve essere oppresso, emarginato, minacciato e umiliato.

Riferimenti bibliografici

OLWEUS D. (1978), Aggression in the Schools: Bullies and Whipping Boys, Washington, Wiley.

OLWEUS D. (1991), Bully/victim problems among schoolchildren. Basic Jacts and iffects oJ a school-based intervention programme. In D. PEPLER, K. RUBIN (eds.), The Development and Treatment cif Childhood Aggression, Hillsdale, Erlbaum, 411-448.

OLWEUS D. (1993), Bullying at School, Oxford-Cambridge, Blackwell (trad. it. Firenze, Giunti, in corso di stampa).

WHITNEY L, SMITH P. K. (1993), A survey oJ the nature and the extent cifbullying in junior, middle and secondary schools, «Educational Research», 35, 3-25.

Ada Fonzi è Professore ordinario di Psicologia dell' età evolutiva presso il Dipartimento di Psicologia generale dei processi di sviluppo e socializzazione dell'Università di Firenze.

 

Da. Psicologia Contemporanea, Giunti Editore, n.129, Maggio-giugno 1995. Copyright “Giunti Editore SPA. Nessuna parte e riproducibile senza previo accordo con l’Editore.

Si ringrazia la Giunti Editore SPA e la Prof.ssa Ada Fonzi per la gentile concessione alla

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