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Papà in sala parto: sì o no?

Prof.ssa Alessandra Graziottin

Direttore del Centro di Ginecologia e Sessuologia Medica H. San Raffaele Resnati, Milano

Tratto dal sito

Quanti sono i padri che assistono    alla nascita del primo figlio?

La percentuale varia molto nelle diverse regioni italiane, con una media del 66,1 per cento, sostanzialmente invariata – dato curioso – dal 1999 ad oggi. E’ massima nel Nord-Ovest (con il record italiano dell’87,8 per cento di padri in sala parto) e nel Nord-Est (83,9 per cento), minima al Sud, dove i padri entrano in sala parto solo nel 31,1 per cento dei casi. Nel Centro Italia, dove lei abita, questa percentuale è del 68,9 per cento. Come vede, quindi, diversi fattori possono influenzare la scelta: culturali, emotivo-affettivi, ma anche strutturali. Sempre i dati Istat ci dicono che in molti ospedali, specie al Sud, la presenza del padre non è ancora ammessa in sala parto. Questo per dirle che la realtà è molto varia e che quindi non dobbiamo ritenere né assodata, né obbligatoria, la presenza del papà al momento del parto.

 

Che cosa può esser percepito come "traumatico" nella nascita del proprio figlio?

 

Molti uomini dicono di non sopportare la vista del sangue, l’odore dei disinfettanti, l’ambiente molto medicalizzato. Alcuni si sentono male o addirittura svengono in sala parto, come ho visto succedere durante gli anni di lavoro come ginecologa in Ostetricia. Altri si sentono “inutili”, se non addirittura d’impiccio. Qualcuno si sente in colpa, alla sola idea di vedere quanto debba soffrire la propria compagna per partorire. E frustrato al sentire di non poter far niente per alleviare il dolore di lei. Altri vivono come molto traumatico proprio il momento della nascita del figlio, specie se è necessaria l’episiotomia (il taglio che viene fatto per agevolare l’uscita della testa e del corpo del piccolo). E lo shock che ne possono avere può poi bloccare, per esempio, il desiderio sessuale e la capacità di intimità, come ho visto in alcuni casi venuti in consultazione per un blocco della sessualità dopo aver assistito al parto. Molti mi hanno detto, dopo, di averlo fatto per far piacere a lei ma che, tornando indietro, non l’avrebbero più rifatto. Consideri che la vulnerabilità emotiva alla vista del parto non ha nulla a che vedere con il coraggio di un uomo, la sua affidabilità, la sua forza d’animo, o la sua intelligenza. Ci sono uomini di grande qualità che serenamente dicono di non sentirsi di stare in sala parto. E credo sia giusto rispettare quest’intuizione di specifica vulnerabilità personale, senza forzare, come le dicevo all’inizio.

 

In positivo, che cosa può vivere un uomo che assista al parto?

 

Un’emozione straordinaria, indicibile. Un senso di grande intimità, tenerezza e gratitudine per la propria donna. Un orgoglio profondo e commosso a vedere il piccolino che si affaccia alla vita. La sensazione che l’essere padre inizi in quel momento di nodo in gola e batticuore. Un senso di sollievo, quando la vista del bambino sano e strillante placa ogni ansia su possibili problemi di salute del bimbo. Un’emozione, anche struggente, di chiusura di un capitolo della propria vita, e

di apertura di uno nuovo. Il diventare padre rappresenta infatti una profonda crisi esistenziale, bella, intensa ma anche impegnativa, non sempre agevolissima da integrare nella vita e negli equilibri personali.

 

E che cosa rappresenta per la donna l'avere il proprio uomo vicino?

 

Certamente un grande conforto, un motivo di soddisfazione e rassicurazione. Di aiuto

sostanziale, se sente nella presenza del suo uomo la calma, la serenità, l’incoraggiamento, la dolcezza ma anche la forza e la protezione. E l’intuizione che quel momento sintetizza e chiude un passato e apre luminosamente la stagione del futuro, in cui la coppia diventa famiglia.

E' possibile mediare tra il desiderio di lei di averlo vicino e quello di lui?

Sì, con due modalità. La prima consiste nel seguire insieme il corso di preparazione al parto (si veda l’approfondimento al termine dell’articolo). La seconda nello stare vicino alla donna durante tutto il travaglio, se l’ospedale abbia stanze singole e autorizzi la presenza di un familiare.

Questo consente comunque una condivisione importante di emozioni, di solidarietà, di tenerezza, di intimità, di progettualità, rispettando nello stesso tempo il bisogno di lui di non assistere alla parte più potenzialmente traumatica del parto e il desiderio di lei di avere il partner vicino.