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Futuro in salita per i nati sottopeso

Gian Galeazzo Riario Sforza

Quoziente intellettivo limitato, voti sotto la media, scarse probabilità di proseguire gli studi: lo scotto d’esser nati prematuri si continuerebbe a pagare anche a vent’anni. Sono queste, in sintesi, le conclusioni di uno studio del Dipartimento di pediatria del Children’s Hospital di Cleveland, in Ohio, da cui emerge che i nati alla trentesima settimana di gestazione hanno uno sviluppo neuropsichico più lento dei nati a termine, che non si colma nell’infanzia e nemmeno dopo l’adolescenza. «Prima degli anni sessanta erano pochi i prematuri che sopravvivevano al parto, e quei pochi erano di intelligenza normale o poco sotto la media» esordisce Maureen Hack, primo autore della ricerca pubblicata sul New England Journal of Medicine. «La successiva introduzione delle terapie intensive neonatali ha molto migliorato la prognosi dei neonati con peso alla nascita inferiore al chilo e mezzo, che in più di otto casi su dieci nascono senza handicap apparenti».

 

Ma già in età scolare emergono le prime difficoltà: capacità cognitive e di apprendimento sotto la media, che persistono nell’adolescenza manifestandosi anche nei soggetti con intelligenza normale e senza disturbi neurologici. «E le differenze non si fermano qui» prosegue Hack «studi recenti indicano infatti che la percentuale di diplomati alle scuole superiori è minore tra i ragazzi che al parto pesavano meno di un chilo in confronto ai nati a termine e che nei prematuri si riscontra una frequenza maggiore di malattie croniche o di deficit cognitivi rispetto a quella della popolazione generale o normopeso alla nascita». Partendo da queste osservazioni i pediatri statunitensi hanno condotto uno studio longitudinale su quasi 250 soggetti nati alla fine degli anni settanta, in media alla trentesima settimana di gestazione e con un peso poco superiore ai 1.100 grammi. Quei bambini sono stati seguiti fino all’età di vent’anni, e confrontati con un gruppo di controllo di soggetti che superavano i due chili e mezzo al momento del parto per quanto riguarda lo sviluppo cognitivo e la carriera scolastica, oltre che la frequenza di malattie croniche e di comportamenti a rischio, come l’uso di alcol o droga. 

 

«Per malattie croniche abbiamo inteso svariate condizioni neurologiche, come la paralisi cerebrale, l’idrocefalo con posizionamento di drenaggio, la cecità o la sordità, oppure disturbi medici o psichiatrici di durata superiore a un anno, tra cui asma, diabete, anemia falciforme, artrite, epilessia, ansia o depressione» chiarisce la pediatra di Cleveland. Morale: a parità di caratteristiche sociodemografiche delle madri, la frequenza di tali malattie era di un caso su tre nel campione dei nati sottopeso contro il caso su cinque del gruppo di controllo». E questa è solo la prima delle tante differenze tra i due gruppi. Un’altra è la discrepanza sui livelli d’istruzione raggiunti a vent’anni. Per esempio, tra i normopeso i diplomati alle scuole superiori superavano l’80 per cento, una percentuale di gran lunga più elevata rispetto al 74 per cento dei nati piccoli. Poi vengono le bocciature: quattro prematuri su dieci sono stati respinti almeno una volta contro poco più di due su dieci tra i nati a termine.

 

E l’iscrizione all’università: solo il 16 per cento dei nati di basso peso ha proseguito gli studi, ben poca cosa rispetto al 44 per cento del gruppo di controllo. Rimanendo nell’ambito delle prestazioni intellettive il quoziente intellettivo è un altro dei punti deboli dei prematuri: tra essi il punteggio medio è 87 contro il 92 dei normopeso. Quattro volte più alta nei nati sottopeso è anche la frequenza di punteggi inferiori a 70. 

«Ma il risultato più sorprendente è che le differenze nell’apprendimento rimangono tali anche quando il confronto tra gruppi viene fatto tra soggetti senza deficit neurosensoriali e con quoziente intellettivo normale» sottolinea la ricercatrice di Cleveland. Fra tante differenze in negativo, tuttavia, c’è almeno un punto a favore nella vita futura dei neonati sottopeso: i comportamenti a rischio. L’uso di alcol o droghe e i contatti con la polizia sono meno della metà di quelli osservati nel gruppo di controllo, come anche la percentuale di gravidanze prima dei vent’anni, dimezzata nelle ragazze premature rispetto alle normopeso. «Uno stile di vita meno trasgressivo: ecco la vera novità dello studio di Cleveland» osserva Marie McCormick dell’Harvard School of Public Health di Boston, firmataria con il concittadino Douglas Richardson del Beth Israel Deaconess Medical Center di un editoriale di commento. «Visto che i comportamenti a rischio dipendono spesso dalla scarsa attenzione dedicata dai genitori ai figli» proseguono i due ricercatori bostoniani «è lecito pensare che la loro minore incidenza nei prematuri sia dovuta al fatto che questi bambini, più vulnerabili degli altri, siano seguiti con maggiore impegno da mamma e papà. Non sorprende invece la differenza nelle capacità cognitive e nelle possibilità di apprendimento, ma bisogna tener conto del fatto che i soggetti del campione sono nati in un periodo in cui esisteva già la terapia intensiva neonatale, ma era gravata da una mortalità del 36 per cento e che oggi, grazie al perfezionamento delle tecniche rianimatorie e di monitoraggio clinico, i decessi tra i prematuri si sono dimezzati».

 

Ciò significa che se il progresso tecnologico non ha modificato la frequenza della paralisi cerebrale, rimasta la stessa nonostante il passare degli anni, è però verosimile che i miglioramenti della terapia intensiva abbiano ridotto la frequenza e la gravità dei deficit cognitivi e comportamentali negli individui nati prematuri. «In altre parole» affermano ottimisticamente McCormick e Richardson «se lo studio di Cleveland fosse iniziato di nuovo ai giorni nostri e concluso tra vent’anni, le differenze tra prematuri e nati a termine sarebbero con ogni probabilità meno evidenti».