Tipologie dei modelli familiari
Roberto Carlo Russo

L’analisi dei fattori d’influsso ambientale sui modelli familiari e sociali, conferma la complessità di questo progetto di valutazione. Va subito premesso che, pur prestando notevole attenzione nell’individuare le caratteristiche dei modelli educativi, il risultato della loro azione può presentare diverse variabili da analizzare: la maggiore incidenza di un modello sull’altro; il rifiuto di un modello e la sua sostituzione (esempio, la sostituzione del modello paterno con quello di uno zio); l’identifica-zione sostitutiva di un modello mancante; il complesso gioco di dinamiche tra modelli con marcate differenze; la variabilità dei modelli nell’iter evolutivo; la pluralità dei modelli; i momenti evolutivi più significativi in cui intervengono i modelli; la carica vitale e la spinta alla conquista autonoma del bambino, che a volte può notevolmente ridimensionare l’effetto dei modelli.
Si assiste pertanto ad una complessa dinamica di influssi in cui le forze in gioco vanno accuratamente valutate sia come potenzialità d’effetto, sia come valutazione del periodo di maggiore significatività evolutiva. Tutti questi fattori verranno mediati, plasmati o subiti diversamente a seconda delle caratteristiche biologiche e psicologiche del bambino e delle sue potenzialità d’azione.
Pur tenendo conto di quanto sopra, specie per la necessità di una analisi plurifattoriale per l’obiettivo diagnostico-terapeutico, esporrò le caratteristiche dei singoli modelli, nella cui individuazione è stata posta particolare cura alle effettive caratteristiche dominanti del modello.
La ricerca (1993) è costituita da un campione di 43 casi, scelto su oltre 400 figure parentali che hanno richiesto la consultazione per problematiche neuropsichiatriche infantili. Sono state identificate dieci tipologie tramite un’analisi dei dati significativi.
Le prime tre tipologie costituiscono l’essenza del significato biologico di supporto e stimolo genitoriale all’evoluzione del bambino: lo stimolo gratificante, la presenza delle limitazioni (effetto frustrante), l’indispensabile apporto della carica d’amore.

Iperprotettivi
L’effetto principale di tale modello è la limitazione del processo di autonomia. In tale ambiente iperprotettivo il bambino non riesce a sostenere adeguatamente, perché impreparato, le immancabili frustrazioni incontrate nell’evoluzione e finisce con lo strutturare nel tempo una sfiducia nelle proprie potenzialità (sfiducia del sé) che si manifesterà nelle esperienze più impegnative, soprattutto se affrontate prive del supporto protettivo e di aiuto da parte delle figure adulte.
Nel sottogruppo tutelanti comprendo quei modelli che tendono a limitare gli ostacoli e le difficoltà esperenziali ed inoltre aiutano in conti-nuazione il bambino, non permettendo o limitando eccessivamente una libera ed autonoma attività di ricerca. Tali modelli assumono di norma atteggiamenti calmi e sereni nell’espletare il loro compito educativo, per cui non determinano cariche ansiogene, ma impostano una continua dipendenza dall’adulto per ogni nuova esperienza.
Questo atteggiamento dipendente limita e spesso preclude un migliore impegno motorio e cognitivo in tutte le situazioni più difficili, che vengono presentate come tali, anche se poi sistematicamente i genitori si sostituiscono, più o meno completamente, al bambino nella risoluzione del problema.
Nel sottogruppo anticipatori-ansiosi i modelli, oltre a presentare un evidente stato d’ansia nei confronti delle problematiche evolutive, per evitare la propria sensazione di malessere determinata dall’ansia, tendono a prevenire e risolvere tutte le possibili difficoltà, finendo col presentare al bambino una strada evolutiva facilitata, non corrispondente alla realtà biologica e sociale. In tale modo, oltre a non poter affrontare gli ostacoli posti dal confronto con la realtà, il bambino non riesce neppure a conoscerne l’esistenza; inoltre lo stato d’ansia del modello genera irrequietezza e disorientamento.
Nei modelli onniconcedenti viene soddisfatto ogni desiderio del bambino, con la conseguenza di una mancata impostazione di regole che genera un vissuto e una richiesta di tutto dovuto e tutto soddisfatto. Questa impostazione educativa, proiettata sulla continua gratificazione, limita notevolmente il confronto gratificazione-frustrazione con la conseguenza di un mancato adattamento sociale e mancato uso di strategie comporta-mentali intelligenti atte al superamento degli ostacoli.
I modelli supervalutanti permettono le conquiste autonome, ma danno sempre una valutazione positiva ed in eccesso rispetto alla realtà dei risultati raggiunti. Tale impostazione, nell’ambito familiare, si scontrerà violentemente con la realtà sociale, provocando nel bambino manifesta-zioni reattive o disturbi più gravi, per la mancata preparazione ad accettare sconfitte e valutazioni negative. L’onnipotenza tipica dei primi anni non riesce a risolversi, perché sostenuta dai modelli, ed essa trascina con sé l’individualismo più retrivo al processo di socializzazione.
In definitiva l’effetto dominante di questo primo gruppo di modelli è la limitazione del processo di autonomia; limitazione che tende a coercire la libertà di ricerca creativa del bambino e spesso a determinare disturbi dell’organizzazione motoria, cadute in alcuni settori cognitivi e sicura-mente il permanere di un certo grado di onnipotenza (a volte solo fantasticata), una riduzione dell’adattamento sociale, una costante scarsa fiducia del sé ogni qualvolta si presenti una situazione impegnativa.
Frustranti.
In questi modelli domina l’atteggiamento frustrante nel rapporto con il bambino, con la risultante di un carente o assente stimolo positivo nel sostegno al processo evolutivo.
Il primo sottogruppo è quello dei modelli svalutativi caratterizzati da un frequente, se non costante, atteggiamento negativo verso i risultati del bambino, spesso espresso al presentarsi del desiderio per l’azione. Quando tale modello svalutativo è prioritario all’azione, il significato comunicato al bambino è quello di essere incapace, a cui consegue un corrispondente vissuto, prima ancora che il bambino possa confrontarsi con la realtà. L’espressione tipica è: “te lo faccio io perché tu non sei capace“. Se l’atteggiamento negativo viene espresso sul risultato, rimane almeno al bambino la possibilità di dare un proprio valore all’azione, in contrap-posizione al valore negativo dato dal modello. Espressioni tipiche sono: “non sai fare niente“, “guarda che disastro“, “non va bene, è brutto, rifallo“. In ambedue i casi l’atteggiamento svalutativo limita e si oppone alla spinta evolutiva, inducendo un vissuto di incapacità non conforme alla realtà. Tale atteggiamento svalutativo contrasta con la spinta biologica verso una conquista sempre più autonoma. La dinamica di alternanza tra l’atteggiamento svalutativo e la spinta biologica può facilmente determi-nare, in individui con buona carica vitale, l’instaurarsi e lo strutturarsi di una instabilità psicomotoria (Russo, 1988).
I modelli rigidi impongono il rispetto di un complesso di regole inadeguate all’età del bambino, con un effetto castrante sulla libera creatività favorendo, per contro, la dipendenza e la sudditanza. È frequente in questi casi, in una prima fase evolutiva, un progressivo adattamento al modello (fatto che potrebbe essere confuso con una precoce strutturazione superegoica), mentre in fasi sucessive, specie nella latenza, sono frequenti le manifestazioni reattive ed oppositive.
Il sottogruppo despoti è tipicamente rappresentato dalla figura del padre-padrone o della madre-padrona, che impone un’obbedienza indiscussa, ma soprattutto non concede alcuna possibilità ad avere una propria idea, un proprio punto di vista e una propria possibilità d’essere.
Molto simile alle caratteristiche dei modelli despoti e frequentemente associato, è il modello violento che impone il suo volere con le punizioni corporali e con un linguaggio aggressivo e offensivo senza alcun rispetto per la personalità del bambino.
Questi ultimi due modelli determinano nel periodo psicomotorio e in quello della latenza un comportamento succube a cui facilmente seguiranno nell’adolescenza un comportamento di rivalsa con significato di ripudio verso il modello parentale e, a volte, manifestazioni e strutturazioni anti-sociali.
Anaffettivi.
Ne fanno parte quei modelli che non sentono un trasporto affettivo verso il figlio, ostacolando o impedendo quel processo fondamentale di aggancio del neonato alla nuova vita (attaccamento), tramite il significato di benessere sperimentato con l’adulto. Le manifestazioni di questi modelli potranno esprimersi con atteggiamenti anaffettivi parziali o totali, palesi o mascherati. Gli effetti sul bambino potranno portare verso strutturazioni autistiche, manifestazioni psicotiche, disarmonie della personalità (specie di tipo psicotico), borderline o strutture di tipo antisociale manife-ste o mascherate.
Immaturi.
Appartengono a questo gruppo tre categorie che, pur presentando la caratteristica comune dell’inadeguatezza educativa, hanno una buona carica affettiva. Si differenziano tra loro, a volte marcatamente, per gli effetti che determinano.
Gli infantili sono rappresentati da quei modelli poco o niente evoluti in senso adulto; oltre ad essere scarsamente rappresentativi per un adeguato sostegno evolutivo, spesso entrano in competizione con i figli nei confronti del proprio partner o di altri adulti. Rientrano con frequenza in questo sottogruppo figure parentali con insufficienza mentale non grave. L’effetto di questi modelli è principalmente la carente spinta all’autonomia, la dipendenza, l’intolleranza alle frustrazioni e problemi di adat-tamento sociale.
Gli insicuri inviano spesso messaggi contradditori o in opposizione a indirizzi precedenti, determinando nel bambino ansia, facile irrequitezza, disorientamento e difficoltà o incapacità di valutazione della scelta comportamentale più adeguata; nell’ambito sociale si pongono spesso nel ruolo di gregari.
I modelli superficiali tendono a presentare una realtà semplificata ed a banalizzare le problematiche evolutive ed esperenziali. Gli effetti di questi modelli tendono a manifestarsi più frequentemente nell’età di latenza, periodo in cui viene richiesta una maggiore capacità di raziona-lizzazione delle problematiche e delle esperienze, per una scelta comporta-mentale adeguata al sociale. Sono presenti difficoltà di comprensione delle dinamiche relazionali, superficialità di pensiero e semplicità dei processi intellettivi.
È facile il riscontro di modelli che assumono in sé le tre tipologie descritte, formulando un quadro complesso e variabile per il predominare di una tipologia sulle altre. La risultante può essere una ricca serie di sfumature.
Ambigui.
Fanno parte di questo gruppo quei modelli che inviano messaggi di duplice significato e contradditori.
Nel sottogruppo ambivalenti i modelli si manifestano palesemente con un rapporto frequentemente contraddittorio di amore-odio, di ricerca-rifiuto, di protezione-disinteresse, che induce precocemente nel bambino confusione, disorientamento, insicurezza affettiva e frequenti risposte reattive con comportamenti spesso simili al modello.
Il tipo maschera assume costantemente e più o meno coscientemente, un atteggiamento camuffante la realtà del proprio vissuto. È l’equivalente del «buon viso a cattiva sorte» e con tale significato il modello imposta un comportamento apparentemente sintonico con le necessità affettive ed evolutive del bambino, ma di fatto mascherante una profonda difficoltà ad accettare ed amare il figlio.
Le risposte a tale modello sono simili alla situazione precedente, ma tendono a comparire più tardivamente con manifestazioni reattive nel bambino che spesso si acuiscono verso la tarda latenza e preadolescenza.
Nel sottogruppo comportamento di facciata la caratteristica è di ostentare nei confronti dell’ambiente sociale un comportamento artificioso, falso e programmato per essere valutati ottimamente e non incorrere in alcun giudizio negativo. Facilmente questi modelli vivono gli altri, più o meno coscientemente, come perenne potenziale minaccia e si tutelano con un comportamento di facciata tale da inviare messaggi di non contrasto, di rispetto, di perfezione e a volte di sudditanza. Per contro, il comportamento di tale modello, all’interno del nucleo familiare, risulta essere corrispondente alla realtà emotivo-affettiva del nucleo. Questa duplicità del modello non è consona al bambino, specie nel periodo psicomotorio in cui non vi è dissociazione tra il sentito e l’agito; in tal modo riceve un messaggio confusivo su una realtà che non può essere concepita divisa.
L’effetto distorsivo risulta molto limitato se tale comportamento di facciata viene impostato nel periodo di latenza, in quanto in questo perio-do è il bambino stesso che effettua una scelta comportamentale adattata al sociale, ma nel rispetto anche della propria personalità e progettualità. Va considerato, però, che è ben difficile che un tale modello sia attuato solo nel periodo di latenza.
Falsificanti la realtà.
I modelli di questo gruppo presentano al bambino una realtà del tutto parziale ed estremizzata; è come se l’innumerevole serie di sfumature della realtà venisse ridotta ad uno dei suoi estremi.
Nel tipo eccesso di positività i modelli selezionano e reinterpretano per il bambino in senso positivo gli svariati aspetti del reale, mettendo in risalto solo i significati di benessere e negando o trasformando quelli di malessere. L’ambiente familiare diventa il luogo di massimo benessere, dove viene controllato ed inibito qualsiasi impulso reattivo e, in particolare, le manifestazioni aggressive.
L’ambiente sociale viene presentato solo nei suoi aspetti positivi. In questi ambienti educativi è di frequente riscontro l’instaurarsi di manife-stazioni psicosomatiche e l’impostazione d’eccesso di fiducia nei confronti dell’altro con le inevitabili e inaspettate frustrazioni e delusioni.
Nel tipo eccesso di negatività i modelli svolgono il ruolo opposto e tutto diventa pericoloso: l’ambiente sociale viene presentato costantemente oppositivo e minaccioso; l’unico luogo di protezione e di benessere viene individuato nella famiglia.
In tale tipo di educazione si instaura progressivamente nel bambino la diffidenza verso l’altro, determinando così la mancanza di amicizie ed una marcata difficoltà nei rapporti.
Ambedue i modelli possono essere affettivi e impostano queste tipologie educative al fine di proteggere l’individuo.
Patologia psichiatrica.
Risulta qui impossibile, per motivi di spazio, parlare delle diverse patologie psichiatriche e delle innumerevoli variabili. Va ricordato che la specifica patologia psichiatrica non esclude la possibilità di riscontro di altri gruppi di modelli, dove le caratteristiche personali si intrecciano e si plasmano alle caratteristiche della patologia psichiatrica. Nel gruppo ritroviamo i tossicodipendenti, gli asociali, i nevrotici, gli psicotici, le insufficienze mentali gravi e altre patologie psichiatriche.
Superinvestimento razionale.
Fanno parte di questo gruppo quei modelli che, per desiderio narcisistico dei genitori, per tradizione familiare o per la scoperta di una particolare abilità del bambino, stimolano e supportano il figlio ad esercitare sempre più quel dato interesse al fine di renderlo particolarmente dotato rispetto ai coetanei e farlo diventare un piccolo genio. L’esempio tipico può essere rappresentato da Mozart.
È di frequente riscontro specie nel terzo-quarto anno, l’evidenziarsi di un particolare interesse nel bambino ( esempio: il disegno, l’uso di uno strumento musicale, la danza, ecc.), che, pur rimanendo elettivo, si integra con altre motivazioni, ampliando le esperienze e permettendo di vivere le fasi evolutive in modo consono alla propria età cronologica.
Alcuni genitori intravedono in una particolare abilità del bambino un futuro successo per il figlio e, con le opportune gratificazioni, lo spingono verso una progressiva selezione d’interessi, orientata sempre più a un frequente esercizio e studio della abilità precocemente evidenziata. In tal modo viene coartata la vastità e variabilità del mondo esperienziale infantile e il bambino finisce con il vivere alle dipendenze della sua abilità. Ne risulta un grande superdotato che ha sacrificato l’infanzia alla sua geniale espressività artistica.
Le manifestazioni comportamentali in tali bambini possono essere diverse: scontrose, egocentriche, arroganti, capricciose, despote, a volte possono apparire normali per l’assunzione di un comportamento di facciata, ma sicuramente sempre caratterizzate da una personalità molto problematica e a grave rischio psicopatologico.
Rapporti genitoriali
Oltre a valutare le caratteristiche dei singoli modelli, va valutato il rapporto tra le due figure genitoriali e le eventuali figure parentali con particolare ruolo educativo.
Il sottogruppo inversione dei ruoli non va confuso con l’assunzione di mansioni pratiche da parte del padre, normalmente svolte dalla madre o viceversa, ma si riferisce a quella coppia genitoriale in cui il padre assume le funzioni di figura materna e la madre quella di figura paterna. Il padre diventa il grande consolatore, donatore d’amore incondizionato e colui che sempre comprende; la madre colei che imposta le regole, richiama ai doveri e somministra le punizioni. Vengono così sovvertite le condizioni naturali. Il modello biologico femminile o maschile, geneticamente predisposto per il comportamento specie-specifico, si contrappone al modello del partner che ne assume il ruolo educativo. Lo scambio dei ruoli, dato che i messaggi biologici della sessualità tendono a permanere e a svolgere il loro effetto, potrebbe creare problemi d’identificazione nel bambino, con le relative ripercussioni nella fase della latenza e dell’adolescenza. Nell’inversione dei ruoli è frequente riscontrare nella figura materna atteggiamenti frustranti verso il bambino e nella figura paterna atteggiamenti iperprotettivi.
Nel modello contrasto educativo le figure genitoriali sono costantemente di pareri diversi nel rapporto educativo ed esprimono palesemente tale contrasto, spesso con litigi anche alla presenza del figlio. L’effetto che si determina nel bambino è di insicurezza, difficoltà, impossibilità di scelta, stati d’ansia, manifestazioni reattive, appoggio ad un genitore e opposizione verso l’altro. In fase adolescenziale può verificarsi l’abbandono del nucleo familiare.
Ruoli genitoriali
La madre svolge una funzione essenziale: l’attaccamento del bambino alla nuova vita viene mediato dalla sua capacità d’essere tutelante, disponibile alle sue necessità biologiche, stimolante per l’evoluzione, donatrice di amore incondizionato, comprensiva e consolatrice per le inevitabili frustrazioni, ma anche modello di riferimento per il rispetto del vivere familiare e sociale. La madre rappresenta (Bowlby, 1951-1969) la base sicura a cui fare ritorno nei momenti di bisogno. La madre dedica molto tempo al figlio durante lo sviluppo e anche successivamente; con lei il figlio si confida facilmente, specie per problemi affettivi, rappresenta sempre la base sicura anche nell’età adulta, se il rapporto madre-figlio è stato significativo nei periodi precedenti. La madre rappresenta la continuità del periodo gravidico, è l’essenza stessa della vita, il suo valore e la positività nel rapporto d’amore sono il tramite per l’accettazione del confronto con le future esperienze.
Il legame specifico di attaccamento alla madre deve verificarsi entro un periodo sensibile rappresentato dai primi due anni (Bornstein, 1987), se non si verifica preclude la possibilità d’instaurare legami affettivi.
Nelle diverse culture la madre appare una figura stabile nel suo significato fondamentale di attaccamento e di tutela, mentre il padre connota maggiormente le caratteristiche degli usi e costumi della società d’appartenenza e ne rappresenta il modello di riferimento sociale.
Il padre svolge un ruolo in parte simile alla madre (donatore d’amore, di protezione, di stimolo), ma complementare e importante per lo sviluppo sociale. È la figura che si affianca al binomio madre-neonato, lo accetta e lo protegge, in seguito, specie a partire dall’anno, assume il proprio ruolo di compagno di gioco, insegna il rispetto delle regole ed è fonte di protezione di tutto il nucleo familiare.
Venuti e Giusti (1996) in studi svolti sui rapporti dei bambini con i rispettivi genitori, hanno notato che la madre occupa più tempo del padre nelle attività di gioco con i figli, ma i figli con i padri prediligono giochi di movimento, di lotta corporea, mentre con la madre preferiscono attività più tranquille.
Borghi, Cavenago, Gallone, Martinico, Moiraghi, Vaghi, Viganò (2001) hanno condotto un’indagine tramite questionario, sulla frequenza della partecipazione dei genitori ai giochi dei loro figli (età compresa tra i tre e i sei anni). Sono state valutate le schede, relative a 502 bambini, che hanno indagato anche il tipo di gioco e il tempo trascorso per il gioco assieme ai rispettivi genitori. Il tipo di giochi presi in considerazione sono: corporei, di movimento, educativi, costruttivi, simbolici e competitivi. Tutti i tipi di giochi sono stati praticati dai due genitori, ma le madri giocano più tempo rispetto ai padri, e preferiscono giochi educativi e costruttivi, mentre i padri preferiscono i giochi corporei e competitivi. Il tempo di partecipazione ai giochi simbolici da parte di ambedue i genitori è stato scarso, ma è risultata nettamente prevalente la partecipazione materna. La partecipazione dei padri durante il sabato e la domenica è stata alta. Il lavoro dei genitori ha limitato molto la partecipazione ai giochi che è stata prevalentemente concentrata nel fine settimana.
La parziale o totale carenza di una figura genitoriale modifica gli effetti dei modelli. La carenza parziale del padre, frequentemente assente da casa, che vede il figlio solo per qualche giorno al mese, potrebbe a volte determinare la sostituzione della figura assente con altra figura presa a prestito e investita in senso affettivo. L’assenza totale di una figura tende ad essere sostituita con un’altra. Le necessità lavorative di ambedue i genitori, spesso a partire da pochi mesi di vita, creano la necessità di delegare l’accudimento alle educatrici degli asili nido, alla nonna o alla baby sitter, impostando precocemente una alternanza dei modelli che potrebbe determinare anche seri problemi, quali: pianto frequente, disturbi del sonno, inappetenza, irritabilità, atteggiamenti palesi di rifiuto, ritiro evolutivo. Tali situazioni tendono a correlarsi alla presenza e alternanza di modelli molto diversi tra loro, specie se di significato decisamente opposto.
Nella nostra attuale società i ruoli dei genitori si sono modificati rispetto ad un tempo e, in particolare, non sono più rigidi nell’espletamento delle mansioni domestiche e nella cura dei figli.
La necessità economica dell’apporto di due stipendi in famiglia ha determinato la diminuzione netta delle gravidanze, la necessità di una delega precoce alla cura del figlio, la diminuzione dei mesi di allatta-mento. L’assunzione di un nuovo ruolo all’esterno della famiglia ha prodotto anche un’affermazione della donna nei confronti del potere maschile, l’occupazione d’importanti ruoli sociali nei diversi campi: dalla politica all’industria, dalla medicina all’avvocatura, dalle scienze alle affermazioni sportive. È il nuovo ruolo della donna in ambito lavorativo che ha determinato il sostanziale cambiamento, negli ultimi quarant’anni, della struttura e dell’organizzazione familiare e sociale.
Le convivenze, le separazioni, il costituirsi di nuovi nuclei, creano nuovi aggiustamenti familiari, spesso con una progressiva perdita del sostegno e dei consigli tramandati dalle nonne alle madri, favorita dalla lontananza dei genitori dal nucleo familiare originario.
Tuttavia, nonostante queste sostanziali modifiche, la madre è la principale artefice del funzionamento familiare; è soprattutto lei che influenza il ruolo sociale della sessualità nella prole, è il collante dei membri del nucleo, è l’espressione vitale della famiglia. Al padre spetta il ruolo di virilità, di difesa del nucleo, di saggia rappresentanza delle regole familiari e di interpretazione delle regole sociali.
La madre è intesa come mediatore della vita affettiva, il padre è inteso come mediatore della vita sociale, ma questo non esclude la presenza di ambedue le caratteristiche nelle figure genitoriali. La famiglia rappresenta, in dimensioni ridotte e affettivamente supportate, un ambiente di vita completo per il bambino, tutto il suo mondo, che dovrà preparare e facilitare il più arduo inserimento sociale.
La famiglia rimarrà un posto speciale a cui periodicamente ritornare per rassicurarsi e ricevere nuove forze per la continuità nel vivere nel sociale.
La realtà dell’attuale vita sociale, favorisce l’instaurarsi di fattori disgreganti la famiglia: la carenza dei ruoli, il prevaricare dell’uno sull’altro, le deleghe educative, gli stress individuali, le inversioni dei ruoli, il contrasto educativo, le separazioni, la presenza di nuovi partner. La crisi della famiglia si ripercuote nella società e destabilizza i principi fondamentali del vivere sociale che per primi vengono educati e vissuti all’interno del microcosmo sociale rappresentato dalla famiglia.
Oltre ai fattori espliciti menzionati, non possono essere ignorate eventuali presenze nei modelli di conflitti intrapsichici che tendono a esprimersi in modo manifesto o mascherato.
A tale proposito Spiegel (1969) descrive casi di figli trattati come genitori e genitori trattati come figli. L’armonia dei ruoli e la reciproca accettazione e collaborazione nelle mansioni e nelle funzioni del nucleo familiare, pur nelle diverse organizzazioni sociali, genera soddisfazione, auto e reciproca stima nei genitori producendo il clima più favorevole per un sano sviluppo dell’infanzia.

Tratto da: Roberto Carlo Russo, Sviluppo neuropsicologico del bambino
Casa Editrice Ambrosiana, Milano, 2002
Learn MoreStudio sulla genesi della problematica del bambino
Roberto Carlo Russo
Tratto da: Russo R.C. Psicomotricità. Nuovo approccio valutativo e intervento globale: terapia psicomotricità, sostegno genitoriale, collaborazione sociale. Casa Editrice Ambrosiana, Milano, 2018 (esce in aprile 2018), Capitolo 2, Studio sulla genesi della problematica del bambino, pp. 44-45.

In questo capitolo vengono esaminati i significati delle acquisizioni per capirne l’importanza biologica e le correlazioni che potranno avere nelle fasi evolutive successive; in particolare sarà importante conoscere le dinamiche di potenziale genesi dei disturbi.
Nella evoluzione normale le competenze che assumono un valore biologico di base, caratteristico per la razza umana, vengono acquisite nei primi tre anni, in seguito le competenze procederanno, ma sempre sui valori biologici già acquisiti. Fanno parte di questi valori biologici fondamentali: l’attaccamento, l’esplorazione del corpo, la scoperta degli oggetti, il possesso, l’imitazione, la comunicazione, la differenziazione tra il noto e il non noto, la sperimentazione, l’approccio alle piccole dimensioni, l’affermazione del sé, l’onnipotenza, l’oggetto transizionale, il linguaggio, il gioco simbolico, la progettazione, la lateralizzazione, l’inizio dell’autocontrollo e della pulizia, l’interesse per il coetaneo e i primi approcci di socializzazione.
In neuropsichiatria infantile l’approccio diagnostico è basato su una serie di sintomi riconosciuti validi per l’identificazione di una patologia (DSM5, ICD 10, classificazione 0-3) e su questa base viene proposto il tipo d’intervento.
L’impostazione del libro è quella di iniziare dalla storia del bambino per conoscere le dinamiche delle fasi evolutive più significative contrassegnate dalle acquisizioni delle nuove competenze. La sintomatologia è la motivazione che porta alla segnalazione, pur rappresentando l’essenza del problema, non sarà il punto di partenza, ma quello di arrivo.
Vengono considerati primari gli obiettivi delle dinamiche nell’interrelazione tra le conquiste del bambino e i modelli evolutivi. Senza discontinuità nel percorso evolutivo ogni nuova o già sperimentata esperienza si plasma e si modifica su quelle precedenti in una unità rappresentativa del Sé nelle sue modalità espressive e nei suoi vissuti.
Non è intenzione trattare lo sviluppo psicomotorio, ma quello di conoscere il vissuto del bambino nella relazione e di ricostruire il suo percorso evolutivo e le relative dinamiche frutto di problematiche e di disturbi. Il libro affronta i disturbi e le patologie relazionali. Per le sindromi si indirizza il lettore ad altri test.
Learn MoreFamiglia e modelli educativi
Roberto Carlo Russo
Tratto da R.C.Russo, Psicomotricità. Nuovo approccio valutativo e intervento globale: terapia psicomotoria, sostegno genitoriale, collaborazione sociale. Casa Editrice Ambrosiana, Milano, 2018, pp. 7-15.

Molti antropologi ritengono che la famiglia nucleare (madre, padre e figli) costituisca la microunità sociale che rappresenta essenzialmente tutto il mondo del bambino piccolo e ponte fondamentale di collegamento alla società allargata. Murdock (1949), in uno studio di 250 società di culture diverse, ha riscontrato la presenza della famiglia nucleare alla quale attribuisce le seguenti funzioni: l’attività eterosessuale, la riproduzione, la trasmissione culturale, l’istruzione, il sostegno economico.
Nelle moderne strutture sociali la famiglia, pur conservando le caratteristiche funzionali originarie, ha demandato in parte ad organizzazioni sociali l’insegnamento, la cultura e gli usi e costumi della società d’appartenenza.
La modifica del ruolo della donna nella società, prima artefice e gestore della funzione familiare, ha cambiato la famiglia: il suo inserimento nel mondo del lavoro ha determinato la necessità di far conciliare le mansioni di casalinga con quelle del lavoro esterno. La duplice funzione ha portato al cambiamento dell’organizzazione e della funzionalità familiare con la diminuzione del numero dei figli, la necessità di collaborazione del marito alla conduzione familiare, la tendenza alla parità dei significati dei ruoli, la più facile e frequente precarietà del matrimonio, il costituirsi di nuovi nuclei familiari, la maggiore indipendenza della donna dalla famiglia per il valore che assume la sua partecipazione al mondo del lavoro e l’inevitabile indebolimento nel suo ruolo familiare (Tessarolo, 1993; Cucinato e Tessarolo, 1993).
Ora il modello tradizionale di famiglia si delinea verso nuove forme di organizzazioni temporali e spaziali, con la necessità di aiuto nell’accudimento della prole da parte di altre persone (nonni, baby sitter, asili nido) e il bisogno dei genitori di compensare la carenza di tempo dedicato ai figli con atteggiamenti di iperprotezionismo, eccesso di regali e carenza di regole.
La condizione biologica e psicologica della donna durante la gravidanza subisce un’importante cambiamento che porta alla valorizzazione dell’intimo rapporto privilegiato e simbiotico con il nascituro (Mahler, Pine, Bergman,1975; Simeti, 2006). Questa condizione, necessaria per preparare quel complesso di atteggiamenti definito la costellazione materna (Stern,1995), viene in parte indebolita dai problemi e dall’attività sociale e lavorativa della donna.
Il miglioramento delle condizioni economiche ha notevolmente contribuito a queste modifiche che, per contro, hanno richiesto un maggiore impegno produttivo e una variazione sostanziale nelle modalità educative. Il maggiore impegno rivolto al raggiungimento della società del benessere ha portato un notevole aumento e arricchimento di nuovi stimoli evolutivi con la conseguenza di una precoce evoluzione dell’infanzia, ma ha anche determinato una modalità di vita infantile più frenetica e spesso caotica per le problematiche connesse al ritmo di vita del nucleo familiare.
Il bambino riesce in parte ad adeguarsi, non senza problemi e disturbi, al rapido evolvere delle culture sociali, delle variegate miscele di usi e costumi appartenenti a società diverse, ma le preoccupazioni per le crisi evolutive dei figli, i nuovi interessi dei bambini e il loro rapido apprendimento delle nuove esperienze, determina una difficoltà nei genitori a comprendere ed a integrarsi ai rapidi mutamenti sociali, generando con facilità uno squilibrio di rapporto e comprensione generazionale con i figli.
I dati epidemiologici di diversi autori hanno evidenziato l’aumento negli ultimi decenni del rischio psicopatologico nell’infanzia con una incidenza di disturbi che può arrivare al 25% e oltre a seconda dell’ambiente culturale ed economico (Zahner e altri, 1992; Levi e Penge, 1996).
Le figure parentali espletano un’azione determinante sulla strutturazione della personalità del bambino, impostando le prime fondamentali basi del comportamento e partecipando poi attivamente all’impostazione delle regole sociali. Pur considerando che l’effetto dei diversi modelli dipenderà anche dalle caratteristiche biologiche del bambino, l’analisi dei modelli familiari risulta particolarmente importante per comprendere le dinamiche evolutive che sottendono lo strutturarsi e l’evolvere del comportamento infantile.
La costituzione di un nuovo nucleo richiederà un confronto tra i membri della coppia e la necessità di integrazione e adattamento nella nuova vita in comune. La nascita dei figli porrà nuovi compiti e necessità di scelte di fronte ai bisogni a alle richieste del bambino.
Nell’iter evolutivo il bambino, forte per le nuove acquisizioni, premerà per una propria autonomia che si modificherà di pari passo alle nuove conquiste e richiederà ai modelli ulteriori adattamenti, frutto di confronti tra i due partner e spesso anche con altre figure adulte. In tal modo i genitori si adattano alle nuove esigenze determinate dalle pressanti richieste di progressiva autonomia del bambino. I modelli non potranno essere statici, ma dovranno di continuo plasmarsi sulle necessità evolutive del bambino. Questo adattamento sarà frutto di un processo di formazione continuo delle figure genitoriali, supportato dalle valutazioni dei risultati educativi e dalla presa di coscienza della mutabilità delle forze in gioco, fattori che dovranno determinare apprendimento e la spinta al continuo rinnovamento dei modelli educativi.
Il processo evolutivo richiederà ai genitori una sostanziale accettazione delle modifiche, fatto che potrebbe determinare situazioni conflittuali tra i modelli e riflessi sulla nuova spinta evolutiva. Ad esempio, i conflitti tra una madre iperprotettiva ed il proprio figlio, manifesteranno il loro effetto negativo nel secondo anno e successivi, quando il bambino inizia a prendere distanza dall’adulto nella esplorazione dell’ambiente e nelle attività cognitive; il suo voler fare esperienze in modo autonomo, viene prevaricato dalla madre iperprotettiva con una costante risoluzione anticipatoria delle difficoltà o con la strategia di precludere la possibilità di conoscere l’esistenza degli ostacoli; in tal modo la madre contrasterà le necessità di sperimentazione del bambino, ostacolando il processo di sviluppo e distorcendo il proprio modello nei confronti della richiesta ontogenetica.
Situazioni particolarmente impegnative per la famiglia o per uno dei genitori potrebbero produrre mutamenti tali da determinare effetti di disturbo alle necessità evolutive. Periodi di stati d’ansia e forme depressive dei genitori e in particolare della madre costituiscono le cause più frequenti di questi mutamenti.
Alla nascita di altri figli i genitori affrontano l’impegno con maggiore naturalezza per le esperienze fatte col primogenito, ma nel contempo devono sostenere un nuovo carico di responsabilità e gli adattamenti richiesti determineranno modelli educativi modificati rispetto a quelli del primogenito.
Questo quadro di dinamiche intrecciantesi potrà essere ulteriormente modellato da esperienze particolarmente rilevanti del nucleo familiare e/o dei relativi componenti (cambi di domicilio, modifiche o perdite del lavoro, modifiche dell’assetto familiare, perdita o grave patologia di un componente, ecc..), che avranno un riflesso sulle caratteristiche dei modelli e quindi una variazione dell’impatto dei medesimi sul bambino.
Altri fattori che influenzeranno la struttura della personalità del bambino sono: essere unicogenito, la posizione come ordine di nascita, la differenza di età con i figli precedenti o successivi, la distribuzione dei maschi e delle femmine; tali fattori, pur ponendo influenze prevedibili (gelosie, protezionismi, dipendenze, atteggiamenti di controllo e supremazia rispetto ai fratelli minori, ecc..), potrebbero dare risultati variabili a seconda del complesso gioco di dinamiche che si strutturano tra i componenti del nucleo.
Secondo Adler (1947) il primogenito alla nascita del secondo subisce un trauma di detronizzazione da parte della madre da cui prenderà distanze per avvicinarsi di più al padre ed assumere comportamenti più responsabili ed autonomi. Tale situazione può avere effetti più marcati quando la distanza tra i due fratelli è solo di 12-24 mesi, quando il primogenito ha superato i tre anni l’effetto di detronizzazione è meno evidente in quanto ora il bambino è più autonomo e proiettato ad altre conquiste e in particolare alla comunicazione attiva con i coetanei nella Scuola dell’Infanzia. L’atteggiamento della madre nei confronti dei due figli avrà molta rilevanza nel modulare il problema.
Corman (1971) afferma che, se la distanza tra i due figli è inferiore ai 18 mesi, si manifestano facilmente crisi di aggressività del primo in una fase iniziale, a cui potrà facilmente seguire un compromesso, trovando nell’altro figlio un compagno di giochi.
Molti autori si sono dedicati a questi studi e tra essi possiamo citare Harris (1987), Hilton (1967), Lasko (1954), Mac Arthur (1956), Sears (1950), Wile e Davis (1941), alle cui opere rimandiamo il lettore.
Anche al riguardo dello spazio abitativo e relative influenze, riscontriamo una ricca messe di ricerche. Scrive la Duse (1977) “Alla denuncia sociale della carenza quantitativa di alloggi, si va aggiungendo quella psicologica della inadeguatezza, della patologia, del rischio di disadattamento, in cui soluzioni improvvisate possono incappare. Infatti, la perdita irreversibile del contatto con la natura, lo scardinamento della famiglia patriarcale, la spaccatura tra vita privata e vita lavorativa, l’alienazione dei rapporti interpersonali per l’alta mobilità dei nuclei familiari, sono fenomeni sociali, che spiegano l’emergenza di nuove funzioni attribuite all’alloggio, cui si chiede una risposta compensativa ai bisogni di sicurezza, libertà, intimità e socialità, continuamente frustrati dal mondo esterno. L’ipotesi dominante è che il cambiamento del contesto abbia portato ad un impoverimento della vita interiore e sociale degli individui e che il bambino, in particolare, per la sua costituzionale vulnerabilità, sia il soggetto che maggiormente risente di tale depauperamento.”
Sivadon (1965) afferma che la nozione di spazio nell’adulto si costituisce progressivamente nell’iter evolutivo ed è fondamentalmente influenzata dai vissuti spaziali dei primi anni di vita; nelle fasi successive il bambino, come l’adulto, abbisogna sempre più di spazi aperti e l’autore sottolinea che la definizione e possesso di un proprio territorio è un principio primario così come lo è per l’animale.
Personalmente aggiungo che dal primitivo spazio materno, di chiaro significato rassicurante e di dipendenza (consolidato nel rapporto sé-madre), il bambino si espande verso uno spazio di conquista, di significato autonomo di confronto e scontro per il possesso e la difesa nei confronti degli altri (proiezione del sé nel sociale). Questi due spazi vengono agiti e vissuti separatamente per poi arrivare ad essere integrati in un unico spazio reale e come tale percepito, ma ancora e sempre impregnato dai significati dei due primitivi aspetti conosciuti.
Anche nello spazio abitativo il bambino cercherà questi due spazi primitivi, dove, all’interno del primo vivrà e confermerà l’amore reciproco con l’altro, mentre all’interno del secondo esprimerà i suoi desideri e progetti in nuove attività cognitive confrontandosi con l’organizzazione e le regole. Per il secondo obiettivo le mura familiari sono troppo strette e limitanti e lo spazio scelto diventerà presto quello esterno alla famiglia.
Nei grandi agglomerati urbani, troppo spesso non sufficientemente dotati di spazi aperti e naturali, si viene frequentemente a coartare e inibire questa fondamentale ed indispensabile necessità evolutiva. Lo spazio aperto rischia di diventare uno spazio molto limitato in cui tutto va stretto ed i progetti diventano poco o nulla realizzabili, con la conseguenza di caricamento d’ansia e aggressività o, peggio ancora, di ritiro e depressione.
Mitscherlich (1968) scrive: “La salute psichica del bambino è determinata in primo luogo dalle persone che entrano in contatto con lui, ma anche dalla possibilità di avere un proprio territorio per proprie attività. Se in questo territorio adulti e bambini entrano in collisione, le conseguenze permanenti saranno i bambini a sopportarle“.
Al di sopra del complesso gioco dei fattori sopra esposti, pur non sottovalutandone l’importanza, va considerato, come fattore influsso prioritario nella futura evoluzione del bambino, il desiderio dei genitori di procreare un figlio e le relative aspettative. Il desiderio del figlio, ricercato e atteso con amore, preparerà un terreno favorevole all’accettazione delle modifiche di vita imposte da tale evento; per contro il figlio non intenzionalmente ricercato si porrà più facilmente come problema nella coppia, con possibili rivalse di un partner sull’altro e possibili palesi o mascherati atteggiamenti di rifiuto o, per quanto meno, di rassegnazione.
Tuttavia permane la possibilità che anche il figlio non ricercato venga successivamente accettato con gioia e con amore. Sia in un caso o nell’altro, esiste sempre la possibilità della contraddizione tra il figlio aspettato ed il figlio arrivato o, come meglio dire, tra il figlio immaginato ed il figlio reale.
Sicuramente, come riscontrato da numerosi autori, il sesso del nascituro gioca un ruolo fondamentale nella dinamica attesa-realtà-aspettativa futura e determinerà un vissuto diverso sia sul singolo genitore, a seconda della propria aspettativa, sia nelle dinamiche relazionali della coppia.
Tali problematiche hanno stimolato numerose e feconde ricerche decenni precedenti. Innanzi tutto va considerata la forza pregnante del fattore culturale che attribuisce diversa importanza e funzione ai due sessi. Giannini Belotti (1974)nel suo libro “Dalla parte delle bambine” scrive: “Il maschio è desiderato per il prestigio che la sua nascita proietta sulla famiglia, per l’autorità che andrà all’interno di essa e fuori, per quello che realizzerà; la femmina è desiderata -se lo è- in base ad una scelta di valori per così dire di comodo: le femmine sono più affettuose, sentono più la gratitudine, sono carine e civettuole, dà soddisfazione vestirle, fanno compagnia in casa, aiutano nelle faccende domestiche“.
Freud (1913) afferma che vi è un diverso rapporto della madre nei confronti di un figlio o di una figlia e che il rapporto con il figlio maschio dà alla madre la massima soddisfazione, la relazione più perfetta e libera da ambivalenze.
Sicuramente il sesso del figlio assume notevole importanza nei genitori per il processo d’identificazione sessuale che già alla nascita inizia a svolgere un effetto condizionante.
Depetro (1977) ha svolto una indagine, su oltre un centinaio di genitori, sulle aspettative del sesso dei figli; ne riportiamo una parte relativa all’analisi dei risultati.
“Molte madri intervistate – e solo una piccola percentuale di padri – hanno ammesso di avere avuto delle preferenze circa il sesso del nascituro. Le preferenze non sono state tutte per il sesso maschile, ma questo prevale senz’altro su quello femminile. I padri, quando hanno ammesso di avere avuto delle preferenze, hanno mostrato quasi tutti una chiara preferenza per il figlio maschio, soprattutto se l’atteso era il primogenito o se non avevano già avuto il maschio. Le motivazioni addotte sono state facilmente prevedibili: la soddisfazione per il prestigio sociale che procura; la necessità di avere un aiuto valido, soprattutto se v’è un’attività da sostenere e sviluppare; la considerazione che il maschio è il naturale continuatore della famiglia, quando c’è un nome e una proprietà da conservare; la convinzione che il maschio sia un più naturale interlocutore e più facilmente educabile; la persuasione che un figlio riuscirà sempre, e comunque più facilmente della figlia, ad inserirsi nella società, poiché questa, nonostante i mutamenti realizzati, è ancora strutturata in senso maschile; il desiderio di onorare il padre, mettendone il nome al figlio; …….
L’esigenza ed il desiderio profondo del maschio sono in più di un caso l’unica spiegazione di una figliolanza numerosa e tutta o quasi tutta femminile. Il desiderio e l’attesa di una figlia non è apparso mai primario nei padri, ma sempre secondario, dopo che fosse stata soddisfatta l’attesa del maschio. In tal caso i motivi sono stati l’esigenza di avere una coppia assortita o le gratificazioni che dona la femmina con la sua dolcezza ed affettuosità”…….
Diverso e più vario si è mostrato il comportamento delle madri. Più di una ha affermato di non avere avuto alcuna preferenza, di essere stata indifferente al sesso del nascituro. Problemi più gravi, quali l’incertezza per la prima gravidanza, le prospettive concrete di un parto pericoloso, i timori per la sanità e perfezione fisica del figlio, ovvero gravi angustie familiari, non hanno lasciato spazio alle preferenze: era il figlio come tale o la sua sanità a creare un problema, e non il suo sesso. Le attese delle madri, quando ci sono state, sono apparse equamente distribuite fra i due sessi, ma con una leggera preferenza per le femmine. Le motivazioni delle preferenze per il maschio sono state o il volere procurare una soddisfazione al marito ed ai parenti, che si sapeva o pensava in attesa del maschio, o il prestigio di essere considerate capaci di dare un maschio, o la convinzione della supremazia maschile in opposizione alle condizioni di subordinazione della donna, con tutte le conseguenze familiari e sociali, o la minore problematica dell’educazione di un maschio.
Le preferenze di alcune madri sono state spiegate dalle stesse interessate come derivanti dall’esperienze vissute nelle famiglie d’origine. Il ricordo dell’esperienza amara, o magari solo poco piacevole, del proprio ruolo secondario o chiaramente subordinato al fratello, dei compiti di servizio domestico assolti fin dagli anni della fanciullezza, ha indotto qualche madre a non volere alcuna figlia, perché non ripetesse la stessa esperienza negativa. Altre, invece, hanno affermato di avere desiderato solo figlie in reazione alla supremazia che il figlio maschio avrebbe goduto e godeva nel parentado“.
Depetro ha inoltre analizzato le principali dinamiche genitoriali nei casi di delusione delle aspettative del sesso, ed ha riconosciuto tre gruppi di atteggiamenti:
- formazioni reattive mascheranti un profondo rifiuto o carica aggressiva con atteggiamenti di iperprotezionismo marcato e a volte plateale;
- atteggiamenti di negazione fantasmatica del sesso che si concretizzano nel tentativo d’impostare comportamenti condizionanti verso l’identità sessuale desiderata;
- atteggiamenti di svalutazione verso il figlio che ha deluso l’aspettativa.
Di certo non è solo l’aspettativa del sesso a rendere il bambino accettato o deludente, tanti altri fattori, troppo spesso, agiscono come condizionamento negativo nel processo evolutivo dei figli.
È di frequente riscontro nei genitori il desiderio di trasferire sui figli le proprie ambizioni, soprattutto se le medesime sono state deluse nella propria vita. Tali atteggiamenti facilmente de-terminano un impatto negativo con le caratteristiche biologiche del bambino nei primi anni e successivamente con le sue aspirazioni.
Trattata l’impostazione più generica dell’influsso dei modelli genitoriali, diventa ora indispensabile procedere ad una più approfondita analisi delle tipologie delle figure parentali che svolgono un ruolo educativo, ed in particolare a quelle dei genitori, non escludendo dalla valutazione quelle figure che di fatto svolgono, all’interno della famiglia, un ruolo educativo, quali: nonni, baby sitter, altre figure parentali e non. Tali dati saranno preziosi per la comprensione delle dinamiche relazionali del bambino sia all’interno che all’esterno del nucleo familiare.
Learn MoreSocietà e interrelazioni socio culturali
Società e interrelazioni socio-culturali
Tratto da R.C.Russo, Psicomotricità. Nuovo approccio valutativo e intervento globale: terapia psicomotoria, sostegno genitoriale, collaborazione sociale. Casa Editrice Ambrosiana, Milano, 2018, pp. 3-6.
La conoscenza della storia delle diverse società e relativi usi, costumi, regole e modalità di vita ha apportato importanti informazioni sulla frequente contrapposizione tra la naturale spinta evolutiva del bambino e le richieste dell’adulto a un adattamento comportamentale spesso previsto per fini troppo in antitesi alle esigenze evolutive del bambino.
Il complesso insieme di tradizioni, usanze, costumi, conoscenze, credenze, regole e tipo di morale che contraddistinguono una società rappresentano fattori che hanno una loro base esistenziale, in parte acquisiti nei tempi per necessità di sopravvivenza e per un migliore adattamento, in parte imposti per richieste religiose e per strumento di potere. Questi usi e costumi vengono tramandati di generazione in generazione per motivi di cui spesso si sono perse le tracce nel tempo. Le numerose ricerche antropologiche sulle società tribali hanno evidenziato caratteristiche culturali molto variabili, a volte anche con valori sociali e morali completamente opposti nei diversi ceppi. Anche in molte società, progredite tecnologicamente, si possono riscontrare credenze e usanze prive di fondamenti reali, intesi in senso biologico e di rispetto nei confronti dei diritti della persona. Riscontriamo spesso in diversi paesi l’importanza del maschio come primogenito, le superstizioni, il valore assoluto dell’intelligenza e della supremazia nei maschi, i rituali di preparazione all’età adulta, l’imposizione alla sottomissione diversa a seconda del referente, i segnali di prestigio sociale diversi secondo a chi sono indirizzati, le notevoli variabili nei tabù sessuali. Ogni società crea la propria cultura che regola il comportamento sociale e l’individuo, osservando le regole, si sente consono ai principi sociali e ne assume il valore nell’educazione della prole. Spesso la cultura della società è retaggio di antiche usanze, ma è anche frutto di indispensabili modifiche sostenute da reali necessità adattative, ma queste usanze possono modificarsi per l’intervento di spinte evolutive delle nuove generazioni.
È molto difficile affermare quale sia la cultura più idonea per quella data società, nel rispetto del sesso, delle età e dell’ambiente di vita, ma sicuramente sono identificabili alcune usanze, controlli e poteri che non rispettano la persona nelle sue caratteristiche e potenzialità. Tenendo in considerazione questa molteplicità di fattori, risulta più accessibile la comprensione di determinati atteggiamenti del bambino che apparirebbero altrimenti avulsi dalla realtà e inaccettabili come fenomeni normali; solo collocandoli nell’ambiente in cui vive il bambino è possibile comprenderne l’origine e la persistenza. Il problema degli influssi tra diverse tipologie di società e dei relativi usi, costumi e modalità educative richiede una prima valutazione sull’omogeneità dei modelli familiari rispetto a quelli sociali; la conoscenza della provenienza culturale della famiglia evidenzierà eventuali contraddizioni con gli usi e costumi della società in cui è attualmente inserito il nucleo familiare.
L’eventuale contraddizione, specie se marcata, porrà seri problemi di riferimento al bambino nelle età successive e in particolare in quella della latenza per la formazione del Super Io e in quella dell’adolescenza per la scelta di propri modelli sociali sulla base di un confronto tra quelli familiari e quelli della società di appartenenza. Tale contraddizione nelle società più moderne è diventata sempre più frequente a seguito di una progressiva mescolanza di individui di etnie, di religioni e di culture diverse, spesso potenziata da influssi dell’ambiente lavorativo o di ristretti gruppi culturali o occupazionali o politici. Le modalità d’insediamento di un nuovo nucleo familiare, il relativo adattamento al nucleo sociale della zona abitativa e la frequenza ai gruppi di lavoro e di tempo libero costituiscono un ulteriore importante apporto alla formazione dei modelli parentali relativi al processo di socializzazione del bambino. Questo processo d’inserimento sociale determinerà una molteplice possibilità di variabili sui modelli genitoriali a seconda del loro atteggiamento accettante, rifiutante, contradditorio, di sospetto, d’isolamento, di partecipazione attiva, di sudditanza nei confronti di altri gruppi e delle loro abitudini e leggi. Anche questo problema è spesso influenzato e regolato dalle condizioni economiche del nucleo familiare in rapporto a quelle dei nuclei sociali d’appartenenza. Non va infatti sottovalutato, nel processo di formazione dei modelli genitoriali, che spesso i gruppi sociali frequentati possono essere molteplici con la conseguenza di pluralità di influssi sulle modalità d’essere e di educare la prole; inoltre, sarà variabile l’apporto educativo nella prole se i due genitori sono di diversa estrazione e seguono diverse impostazioni e regole sociali.
Oltre a quanto sopra enunciato, si devono prendere in considerazione anche le variabili indotte dal divario generazionale a seguito di una travolgente innovazione tecnologica che si riflette sugli usi e costumi sociali; sempre più si verifica una dissociazione di pensiero e di principi da generazione a generazione; gli interessi e le motivazioni cambiano le modalità di vita; la comunicazione tra gli individui non è più localizzata al territorio in cui si vive, ma si espande nel mondo sia per la maggiore facilità di trasferimenti che per l’uso di internet. Le motivazioni e la cultura si sono diffuse con modalità trasversale e interessano individui in tutto il mondo, sparsi o raccolti in gruppi. La cultura, non più veicolata in ambiti territoriali più o meno vasti, ha creato notevoli variabili nelle persone che vivono nello stesso territorio, determinando di conseguenza variazioni nei modelli educativi.
La grande disponibilità del bambino a nuovi stimoli e a nuovi apprendimenti genera spesso un distacco tra la propria generazione e quella dei genitori nelle modalità di approccio alle esperienze e ai rapporti interpersonali, ma nel contempo le modifiche dell’infanzia trascinano e stimolano i genitori a comprendere e ad evolvere verso nuovi orizzonti. A volte, anzi spesso, questo processo non è possibile o è eccessivamente lento e provoca fratture nel rapporto adulto-figlio.
Quello che si considerava un comportamento nella norma anni addietro in rapporto al tipo di società ora non lo è più, o meglio si è modificato; la norma è in continua evoluzione in rapporto al tipo di società che si considera (Penge, Iacovelli, Gicca Palli, 1999), ma il frequente conflitto tra modelli parentali, sociali e il rapido evolvere dei nuovi apprendimenti infantili, se da una parte stimola nuovi adattamenti sociali, dall’altra genera nuovi disturbi nell’infanzia che spesso non rientrano nelle nosografie neuropsichiatriche infantili. Se questi disturbi non sono riconosciuti e trattati, facilmente provocano nell’infanzia distorsioni nell’organizzazione della personalità che si proietteranno e stabilizzeranno nell’età adulta.
Nel complesso dei fattori socio-familiari d’interazione nello sviluppo infantile vanno inoltre prese in considerazione le problematiche evolutive nell’affidamento (Boggi, Brambilla, Gallina, 1995; Dall’Antonio, 1986), nelle separazioni dei genitori e nella costituzione di nuovi nuclei familiari (Bagliolo, Bacherini, 1998; Fazzi, Picerno, 1996; Zampino, 2000), nelle deleghe educative. In particolare, le deleghe precoci e plurime frequentemente creano problemi nel bambino per una corretta identificazione dei modelli di riferimento. Questa breve analisi sulla pluralità dei fattori familiari e sociali ci informa sulle numerose variabili che entrano in gioco nello sviluppo del bambino, il quale ha una sua organizzazione funzionale, un suo vissuto delle esperienze, una sua capacità di elaborazione. È la complessa interazione tra i fattori ambientali, le caratteristiche neuropsichiche del bambino e gli eventi di vita che connoteranno lo sviluppo futuro dell’individuo.
Learn MoreEvoluzione del lancio e afferramento della palla
Tratto in parte da R.C. Russo. Evoluzione e disturbi del movimento. Casa Editrice Ambrosiana, Milano, 2003
La valutazione delle capacità organizzative motorie deve tenere in considerazione:
- la disponibilità del bambino e il suo stato di benessere (inteso come star bene in quella situazione),
- il livello di carica emozionale (una condizione di ipereccitabilità o di depressione altera la resa),
- l’età e le motivazioni del bambino.
Per ottenere questa condizione ottimale è necessario permettere al bambino di sentirsi a suo agio concedendogli un certo tempo per prendere confidenza con l’ambiente e con l’osservatore. Normalmente è rassicurante la presenza dei genitori o di una figura nota con la quale il bambino è in buoni rapporti.
La valutazione delle attività va fatta su una serie e non su un solo atto. Inoltre, per conoscere il livello di sviluppo, verrà dato valore all’atto migliore, pur non sottovalutando la resa di tutti gli altri. In questo capitolo presenterò alcune attività specifiche che tutti i bambini effettuano, spesso quotidianamente che, se valutate nel rispetto di alcuni parametri, ci informeranno sul reale livello evolutivo di quell’attività o sulle eventuali atipie e specifici disturbi esecutivi.
Viene affrontata e analizzata l’evoluzione relativa ad alcune attività, riservando al capitolo successivo l’analisi dei disturbi del movimento.
Ritengo necessario sottolineare che viene spesso a mancare nella pratica clinica e anche nella letteratura, nei limiti della mia conoscenza, la specifica valutazione delle attività che il bambino usa di frequente nel gioco motorio con i coetanei o con l’adulto; mi riferisco in particolare ai diversi giochi con la palla che sono tanto amati dai bambini e non solo.
Lancio della palla con una mano
Il bambino sperimenta i suoi primi lanci verso l’ottavo mese provando molto piacere nell’esercitarsi ripetutamente.
Lo schema iniziale è costituito esclusivamente dalla flessione dell’avambraccio sul braccio che si presenta addotto (primo schema del lancio), realizzando un lancio modesto di 1-2 metri. Nell’arco di pochi mesi, probabilmente non accontentandosi del risultato, il bambino flette il braccio circa a 90° (secondo schema del lancio), attuando una postura di partenza atta a realizzare un lancio più distante. Verso la fine del secondo anno il braccio si flette a 130°- 150° per aumentare la gettata e quando il braccio raggiunge circa 150 – 180°, il tronco tende ad estendersi (in tal caso l’estensione del tronco è diretta conseguenza dell’eccesso di flessione del braccio, pertanto non si può considerare un sinergismo d’utilità). In questa ultima postura preparatoria può intervenire una parziale rotazione del tronco che durante il lancio subirà una derotazione con effetto di potenziamento del lancio (terzo schema del lancio), realizzando il primo sinergismo d’utilità.
Nelle fasi successive, di norma nel corso del terzo-quarto anno, intervengono altri sinergismi d’utilità: avanzamento del piede contro-laterale al lancio (il piano sagittale corporeo si situa perpendicolare alla direzione del lancio), l’arto superiore controlaterale al lancio si flette e si adduce a livello della spalla (proiezione anteriore dell’arto circa a 90° rispetto l’asse corporeo); questa è la fase preparatoria al lancio che presenta tre adattamenti sinergici. Nella fase esecutiva l’arto inferiore posteriore (rispetto alla postura preparatoria) si porta al livello dell’arto anteriore o lo supera; l’arto superiore controlaterale viene proiettato posteriormente, potenziando l’energia cinetica del lancio (quarto schema del lancio) o schema maturo che richiede l’integrazione di diversi sinergismi d’utilità con il meccanismo del lancio.
Questo tipo di lancio può essere chiamato lancio dall’alto con una mano.
Anche se è stato conquistato il quarto schema il lancio può ancora presentare delle imperfezioni da difficoltà di un armonico adattamento delle integrazioni e dei processi inibitori. All’età di 5-6 anni è di facile riscontro evidenziare alla fine del lancio un eccesso di flessione del tronco o una difficoltà a compensare la forza cinetica con improvvisi adattamenti antigravitari. Negli individui che hanno fatto molte esperienze, di norma acquisiscono nel lancio una buona armonia dopo i 6-7 anni.
Per potere indagare le caratteristiche di un lancio integrato è essenziale che sia stimolata, tramite modello, l’intenzione di realizzarlo con la massima forza e con una piccola rincorsa, che ci permetterà di valutare gli adattamenti posturo-gravitazionali alla fine del lancio.
Un’altra modalità di lancio della palla con una mano, che compare cronologicamente dopo quella sopra descritta, è quella realizzata con partenza ad arto esteso lungo il tronco, seguita da rapida flessione dell’arto (la flessione è a livello dell’articolazione della spalla); la palla tende ad essere proiettata verso l’alto, con scarsa precisione per l’eventuale obiettivo (lancio dal basso con una mano). Questo tipo di schema risulta più semplice del precedente, ma i primi lanci che compaiono verso l’ottavo mese vengono realizzati dal bambino dalla posizione seduta, pertanto è possibile solo il lancio dall’alto. Nel corso del secondo anno, in posizione eretta, compare anche il lancio dal basso. Il lancio dal basso tende ad essere privilegiato dal sesso femminile nei primi anni, per poi equipararsi ai maschi nell’età di latenza. Il lancio dall’alto fornisce maggiori dati organizzativi rispetto al lancio dal basso.
Afferramento di una palla con due mani
Nel testare questa attività viene usata una palla di sufficiente grandezza, 15-20 centimetri, con la richiesta di prenderla con due mani.
I primi tentativi di afferramento si possono notare verso i 2-3 anni con gli avambracci semiflessi, supinati, le mani tra loro a contatto e con le palme rivolte verso l’alto, le braccia addotte e adese al tronco (primo schema di afferramento o afferramento a canestro). A questa età il bambino aspetta che la palla cada sui suoi arti per poi tentare la chiusura degli avambracci contro il proprio petto, azione che interviene spesso con una certa latenza e spesso con risultato negativo. Anche Galluhe (1982) ritiene la comparsa di questo stadio alla stessa età.
I primi risultati positivi con questa modalità di afferramento si vedono verso i 3-4 anni, quando il bambino riesce ad adattare il comando esecutivo al momento d’arrivo della palla.
Verso i 4-5 anni la postura di attesa è similare, ma le braccia sono adese alla linea ascellare o lievemente flesse, gli avambracci sono in una posizione intermedia tra la pronazione e la supinazione in modo tale che le palme delle mani si guardano e sono ad una certa distanza tra loro (secondo schema di afferramento). Questa postura prepara la presa della palla con le mani e non più con la chiusura a canestro. Con tale modalità è possibile l’intervento attivo di adattamento del movimento al tragitto della palla, permesso dal processo d’integrazione con il feed-back visivo. Anche Galluhe concorda con il periodo di comparsa di questo livello evolutivo.
Negli anni successivi, 6-7 anni, il bambino attende la palla senza una postura preparatoria ed esegue il movimento di afferramento in tempo utile all’arrivo della palla (terzo schema di afferramento). Ora è anche possibile osservare lo spostamento somatico quando la palla percorre traiettorie non favorevoli.
In questa attività ho riscontrato minime differenze nei due sessi, con una resa lievemente migliore nei maschi che si risolve dopo i 6-7 anni. Isaac (1980) ha riscontrato una discreta differenza nei due sessi a favore dei maschi con uguaglianza dei risultati verso gli 11 anni.
Nei bambini inferiori ai 6 anni sono frequenti atteggiamenti di ipertoni diffusi all’asse corporeo, a volte tendenza a flettere in eccesso il tronco durante la presa, in qualche caso anche la perdita dell’equilibrio che viene compensata con un passo in avanti.
Lancio della palla con due mani
Possono essere studiate due modalità di lancio a due mani della palla del diametro di circa 15-20 centimetri. Il primo lancio con partenza degli arti superiori estesi lungo il tronco, la palla tenuta tra le mani all’altezza delle ginocchia e il tronco leggermente flesso; il lancio viene effettuato con una rapida flessione degli arti (la flessione è a livello dell’artico-lazione della spalla) a cui spesso nelle prime fasi dell’apprendimento si associa una estensione del rachide (lancio dal basso a due mani).
Questo tipo di lancio tende a proiettare la palla verso l’alto (almeno nelle prime fasi di apprendimento), pertanto risulta meno preciso, ma anche più semplice da realizzare. I primi lanci di questo tipo compaiono nel corso del secondo anno.
Il secondo tipo di lancio più evoluto viene preparato portando gli arti superiori al di sopra del capo, segue una rapida proiezione degli arti in avanti (lancio dall’alto a due mani) a cui spesso, nelle prime fasi di apprendimento, si associa una flessione del rachide che può determinare scompensi gravitari che richiedono un adattamento. La flessione del rachide può essere determinata da due fattori spesso copresenti: la proiezione degli arti estesi oltre la nuca facilita una spontanea estensione del rachide che richiederà il passaggio in flessione; la volontà di lanciare con forza innescherà il rinforzo flessorio del rachide.
Nelle prime fasi di apprendimento il lancio viene fatto con la posizione di partenza a piedi uniti (lancio a due mani dall’alto, primo schema) ed è frequente assistere a un piccolo salto che accompagna il lancio. Questa modalità si riscontra facilmente se il bambino, per imprimere maggiore caricamento, porta la palla dietro la nuca.
Proseguendo le esperienze, verso il 3°- 4° anno, il bambino si prepara al lancio con un piede davanti all’altro, posizione che permette ugualmente l’estensione del rachide, ma che compensa in buona parte la possibilità di un eccesso di flessione del rachide nell’esecuzione, in quanto il piede posteriore tende a limitare la flessione del tronco e a frenare l’energia cinetica (lancio a due mani dall’alto, secondo schema). Tale modalità corrisponde al lancio maturo. Il lancio dall’alto apporta maggiori informazioni sull’organizzazione evolutiva.

Casa Editrice Ambrosiana, Milano, 2020.
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